Ricchezza delle risorse umane, diversità dei talenti, loro capacità di interagire e fertilità del terreno educativo rendono un paese prospero. Una lezione che gli Stati Uniti hanno appreso e fatta propria da lungo tempo. A Boston, nella seconda metà dell’Ottocento, pur in presenza di un’ingombrante prima donna qual era e resta l’università di Harvard fondata nel 1636, nasce nel 1861 il Massachusetts Institute of Technology. Il Mit non teme Harvard, né la prima donna riesce a fargli velo. Da allora la loro convivenza è un misto di competizione e cooperazione.

All’inizio del Novecento, le grandi imprese americane creano delle startup che chiamano “corporate universities” (università aziendali). L’intenzione è di trarre utilità industriale dalla ricerca accademica e dalla formazione che ne discende. Nel secolo corrente, scienziati, inventori e imprenditori innovativi uniscono le forze per dar vita alle università dell’età post-industriale, con l’obiettivo di produrre conoscenza accelerandone il processo di trasmissione alla società mediante la creazione di startup trainate dalla scoperte scientifiche e dalla nuove tecnologie. La californiana Singularity University, nata nel 2009, ha rapidamente indossato i panni della prima donna, protagonista di primo piano anche in Italia.

Il 2014 è l’anno di nascita della Minerva Schools, fondata dall’imprenditore Ben Nelson. Il parto è frutto dell’accoppiamento tra le tecnologie digitali e l’innovazione del modello d’istruzione universitaria. Al pari della divinità romana che presiedeva non solo alla guerra ma anche alle attività intellettuali, la Minerva di Nelson sfida le università classiche reinterpretandone il ruolo in modo immaginativo.  Gli studenti che Minerva intende reclutare sono i clerici vagantes del XXI secolo. I quali possono vivere in qualsiasi parte del mondo e iscriversi a corsi online. Il primo anno rimarranno in un residence a San Francisco. Dopo di che, per i successivi sei semestri viaggeranno in sei città di sei diversi paesi. Nella lista provvisoria si trovano Istanbul, Rio de Janeiro, Londra, Berlino, Mumbai, Hong Kong e Shanghai.

È così che Minerva si accinge a forgiare una comunità studentesca senza frontiere di sorta, impegnata nell’apprendimento delle statistiche avanzate, dell’economia comportamentale, dell’informatica e altro ancora. Una comunità di giovani sufficientemente ambiziosi e abbastanza di talento per avere successo in una tradizionale scuola di élite. Con tasse universitarie nell’ordine dei 10mila dollari annui e con docenti reclutati nell’arena dell’Ivy League, il gruppo delle più famose università Usa, a cominciare proprio da Harvard, Minerva si differenzia anche sotto il profilo economico dalla gran parte dei college americani.

Mentre negli Stati Uniti il sistema universitario del secondo millennio è messo alla prova e viene sfidato da inediti protagonisti emergenti, in Italia non cessa la sterile querelle tra i sostenitori dell’università “utile”, quella che collabora strettamente con l’industria, e i fautori dell’università “inutile”, quella guidata dalla pura passione della scoperta e sganciata da relazioni pericolose, di libertinaggio, con le imprese. È questa cultura degli opposti che provoca la desertificazione del terreno ove seminare il nuovo capitale umano dell’età della conoscenza. Le nostre università incontrano mille difficoltà tra barriere burocratiche e alte mura intellettuali a entrare in sintonia con l’ecotono, lo spazio intermedio tra due specie di comunità confinanti: l’una accademica che genera conoscenza e l’altra industriale che la trasforma in imprenditorialità innovativa. È dalla ricchezza di tante specie diverse, delle forme di collaborazione e delle tensioni tra loro che traggono benefici i protagonisti che abitano un ecotono. Ne è già una prova l’ecotono d’innovazione plasmato dalla Singularity University. Ne vuol essere un’imitazione creativa la nascente Minerva Schools. Da noi, né i risultati della prima né le promesse della seconda riescono ancora ad attrarre l’attenzione delle nostre élites.

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