Qualcosa è cambiato nel rapporto tra investitori istituzionali ed informali. Il nuovo rapporto VeM-Iban, ottenuto in anteprima per Nova, descrive un fenomeno tutto italiano che vede venture capital e business angel fare sempre più squadra quando si tratta di investire in startup innovative. I business angels, si legge nel report, stanno gradualmente avvicinandosi ad alcune caratteristiche tipiche degli operatori istituzionali, a partire da un taglio crescente dell’investimento medio che permette maggiori economie di scala diminuendo il costo/opportunità del singolo deal. Questo anche per merito della nascita di numerosi club di investitori, grazie ai quali è possibile porre in essere investimenti più strutturati. Dal canto loro, i fondi di venture capital si sono invece sempre più avvicinati ad un mondo che fino ad ora era stato poco esplorato”.

Tradotto in soldoni, anzi in cifre i ricercatori del Vem hanno calcolato che sono in crescita le operazioni realizzate in sindacato con business angels o club di investitori. Segnali ancora non confortanti si hanno se, al contrario, si analizza l’ammontare totale investito nell’intero comparto dell’early stage italiano: il mercato, pur avendo incrementato in un biennio la propria dimensione del 12%, con un ammontare investito pari a circa 90 milioni di euro, non regge ancora il confronto con i mercati più sviluppati di paesi come Germania, Francia e Regno Unito.  I dati del database VeM sono stati raccolti nel 2012 e oggi attraverso l’uso esclusivo d’informazioni reperibili presso fonti pubbliche. Quelli invece Aifi-Pwc hanno una serie storica più lunga e si basano solo sui venture capital descrivono un andamento nella raccolta più puntuale.

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Qui trovate il link all’infografica interattiva con i dati Aifi-Pwc relativi al primo semestre 2014.

“Il Mezzogiorno resta un ambito geografico di interesse per il venture capital – spiega Anna Gervasoni, presidente comitato scientifico VeM  -: nel corso del 2014, il Private Equity Monitor – Pem ha mappato tre soli investimenti in operazioni di later stage; mentre un dato più confortante è rappresentato dagli investimenti nelle fasi di early stage delle aziende: 10, infatti, sono le operazioni che hanno interessato il Mezzogiorno, un dato in declino rispetto al 2013, ma certamente superiore rispetto al passato meno recente, a conferma del fatto che le manovre a sostegno dell’investimento in capitale di rischio (come quella del Fondo High Tech per il Mezzogiorno), se ben strutturate, sono in grado non solo di offrire un significativo impulso al mercato, ma anche di diffondere una cultura finanziaria in grado di radicarsi nel sistema imprenditoriale”. Dopo il fondo hi-tech sono state promosse altre iniziative di matrice pubblica che stanno supportando gli investimenti in attività di venture capital come ad esempio il fondo di fondi per il venture capital del fondo italiano d’investimento e il progetto smart& start Italia di Invitalia.  Da più parti infatti viene lamentata la mancanza non tanto di una mano pubblica ma di finanziamenti abbastanza robusti da permettere più che la nascita la sopravvivenza delle startup. Come scritto su Nova24Tech il rischio è sempre quello di assistere a un proliferarsi di startup nane, poco innovative e incapaci sopravvivere sui mercati internazionali.

“Le startup italiane – commenta Francesco Bollazzi, responsabile dell’Osservatorio VeM – hanno dimensioni  medie minori rispetto a quelle estere. Questo sia perché è il nostro sistema ad essere differente e più piccolo sia perché per alcune di esse, la nicchia di mercato è l’ambiente ideale per operare e quindi non si necessità di dimensioni maggiori. Altre invece, crescono e vanno oltre i confini italiani diventando una eccellenza del nostro paese tant’è che riescono a ottenere secondi round di finanziamento per permettergli la crescita e l’internazionalizzazione”.

L’insignificante numero di exit (venture capital che vendono la quota detenuta nelle startup) di questi anni dimostra proprio questo. Se è vero come certifica Unioncamere, che il popolo di startuppari innovativi viaggia verso quota quattromila, chi di mestiere lavora e campa con il prodotto startup è costretto a chiedere ulteriori interventi al legislatore per stimolare aiuti per gli imprenditori-innovatori. In particolare, incubatori o ventur incubator italiani negli ultimi mesi hanno dato segnali di inquietudine. Digital Magics, venture incubator quotato in Borsa ha presentato nei giorni scorsi un White Paper con una proposta in otto punti per aiutare la crescita delle startup. Tra queste la più interessante è la revisione del credito d’imposta Irpef dal 19% fino al 30-40% per investimenti in startup innovative, applicando anche in Italia quanto previsto dal modello anglosassone.  La proposte indirizzate al Governo di Matteo Renzi non hanno per ora generato risposte di rilievo. Però non manca l’attenzione del premier che ha portato il suo saluto a Riccardo Donadon in procinto di sbarcare in Borsa. Giovedì scorso H-Farm ha presentato il nuovo management, il percorso di quotazione e il piano industriale. Nel suo piano industriale oltre alle startup che restano un asset difficilmente valutabile, per usare un eufemismo, c’è sopratutto l’idea e la volontà di connettere le imprese tradizionali che cercano innovazione con i piccoli di genio. Se basterà questa visione a convincere i risparmiatori lo giudicherà il mercato. A cui si è rivolta anche LLventure. Si definiscono tra i primi operatori di Seed Venture Capital quotati al mondo. Anche LLventure ha le idee molto chiare su come far crescere l’ecosistema delle startup. Tra le ultime inziative hanno annunciato la partnership con Iag, Angel Group italiano attivo dal 2007. Come riportato nel rapporto Vem, per ora l’indicazione sembra proprio quella di “fare squadra”. Come dire, insieme è meglio perché il rischio si divide. Ma anche il premio.