La copertura fibra ottica o “pseudo” fibra (Vdsl2) sta galoppando, ormai sul 65 per cento della popolazione, e il 2018 si prospetta come un anno di forti, ulteriori sviluppi, ma resta irrisolta la questione principale: l’insoddisfacente adozione da parte degli utenti. Di qui la necessità, per gli operatori, di ridursi a una guerra dei prezzi sulla fibra ottica per provare a riempire le nuove reti, anche a danno delle vecchie Adsl.

È quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. I numeri sono rivelatori. Secondo un recente studio di SosTariffe.it, i prezzi della fibra ottica (qui compresa sia la fibra nelle case sia quella fino agli armadi) sono scesi del 35 per cento tra il 2013 e il 2017. Nel 2017 sono andati anche contro tendenza rispetto al mercato banda larga, dato che invece le Adsl sono aumentate di prezzo (per via del passaggio a fatturazione a 28 settimane, che però gli operatori non potranno più fare a partire da 120 giorni dopo l’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2018).

Risultato: ormai la differenza tra prezzi Adsl e fibra di livello base è pressoché sparita e si parte da canoni da 20 euro. Per avere 1 Gigabit, con fibra nelle case, si spendono 5 euro in più. Tanto che Tim ha chiesto alle autorità di settore il permesso di migrare in automatico i propri utenti Adsl sulla fibra ottica. Ha convenienza a occupare le nuove reti, anche a parità di ricavi, perché i costi di manutenzione relativi sono inferiori e perché può sperare di spingere gli utenti verso un costoso upgrade verso le offerte fibra di fascia alta. Ma è anche una strategia per anticipare l’arrivo dei servizi basati su rete Open Fiber (Enel), che rischiano di sottrarre gli utenti Tim restati su Adsl. L’utente passato alle nuove offerte- di Tim e di altri operatori- per altro, tendono a restare bloccati per 24 mesi, perché chi disdice prima di questo termine ha un costo extra di uscita (deve pagare gli sconti fruiti, nel caso di Tim).

Contro la strategia del passaggio gratuito degli utenti Tim, però, Vodafone (che, con Wind e Tiscali, si attesta sulla rete Open Fiber) ha fatto una segnalazione all’Antitrust.

La copertura Open Fiber, tutta su fibra ottica nelle case, dovrebbe fare un salto nel 2018, quando andranno a regime i lavori dei cantieri del piano banda ultra larga governativo (le cui gare sono state vinte da questa società).

«Secondo la Legge di Bilancio 2018, gli operatori non potranno più chiamare fibra le offerte Vdsl2, dove la fibra arriva solo al cabinet, e questo aiuterà i concorrenti di Tim», dice Francesco Sacco, docente della Bocconi di Milano e tra i contributori al piano governativo.

Adesso, secondo stime Agcom, solo un milione di italiani è coperto da fibra ottica nelle case, per la maggior parte a Milano.

Gli abbonati fiber to the home sono mezzo milione, mentre sono 3,4 milioni quelli in banda ultra larga in genere (a giugno 2017).

«Purtroppo gli operatori non hanno risolto il problema delle basse adesioni alla banda ultra larga», dice Sacco. Concorda Fabrizio Pascale, Technology, Media & Telecommunication Leader di EY in Italia: «la necessità principale è chiudere la forbice tra gli utenti coperti – dove abbiamo fatto passi da gigante negli ultimi due anni – e quelli attivi. Ecco perché, soprattutto Tim, stanno spingendo molto sulle attivazioni in questa fase».

A rallentare le adozioni ci sono alcuni fattori. Alcuni intrinseci al mercato fibra, altri generali.

Tra i primi si annovera le stesse caratteristiche della copertura fibra, che al momento – nota Pascale – «è maggiore nelle zone a minore dinamismo economico» (ossia nel Sud, per effetto dei fondi europei che sono andati soprattutto, per forza di cose, nelle zone svantaggiate del Paese).

D’altro canto, la maggior parte delle aziende italiane sono nelle “aree grigie”. Che dal punto di vista economico sono intermedie tra quelle nere (dove ci sono piani fibra ottica nelle case da parte degli operatori) e quelle bianche, a fallimento di mercato (dove ci sono gli investimenti pubblici, che per grande parte mirano a portare la fibra nelle case). Risultato, le aree grigie – ricche di distretti industriali, al margine di grandi città produttive del Centro-Nord – e le aziende relative non possono ancora godere degli investimenti – pubblici o privati – per la fibra migliore. Quella che forse per loro farebbe la differenza e le spingerebbe all’adozione.

Il piano governativo prevede 2 miliardi di euro per estendere la fibra ottica nelle aree grigie, laddove finora ci sono solo piani “fibra fino agli armadi”, ma sta aspettando l’ok dall’Unione europea. Ci sono altri 1,3 miliardi di euro da spendere in coupon per incentivare gli utenti ad abbonarsi, «i cosiddetti voucher, da tempo promessi dal Governo, ma ancora congelati», dice Sacco.

Infine, tra le cause generali che rallentano l’adozione in Italia, c’è il solito “digital divide” culturale che affligge la popolazione. «Da anni si dice che per convincere la popolazione della bontà della banda larga e ultra larga doveva servire lo sviluppo dell’Agenda digitale italiana- dice Sacco. Con evoluti servizi digitali pubblici, per esempio di telemedicina, che giustifichino la presenza della fibra». «Ma anche questo fronte – continua Sacco – sta avanzando con lentezza».

Meglio va il piano Industry 4.0-Imprese 4.0, con i suoi incentivi, che pure dovrebbe dare un motivo alle aziende di dotarsi della fibra ottica, come dichiarato di recente da Franco Bassanini, presidente di Open Fiber, all’evento EY di Capri. I frutti si potranno raccogliere nei prossimi mesi; soprattutto se nel frattempo sarà progredita anche la copertura fibra ottica negli attualmente sfortunati distretti industriali.