Non c’è più bisogno di bussare porta a porta: la ricerca di nuovi attivisti che promuovano campagne sociali può essere affidata con successo a robot che esplorano la rete andando a caccia di persone sensibili ai temi da promuovere. E’ questo il risultato di “Botivist”, un esperimento sul web realizzato da tre ricercatori: Saiph Savage dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, Andres Monroy-Hernandez di Microsoft e Tobias Hollorer dell’Università  della California di Santa Barbara. I tre sono infatti riusciti lo scorso aprile a reclutare in due giorni 175 persone per una campagna contro la corruzione politica utilizzando solamente 376 tweet generati da bot.

Il messaggio scelto era molto semplice: “Vuoi collaborare a un brainstorming per trovare soluzioni al problema della corruzione?”

Gli automi sul web non hanno però indirizzato i loro tweet a caso, ma li hanno inviati, come spiega il team di Savage su un preprint rilasciato il 20 settembre, a persone di tutto il mondo “che avevano appena twittato pubblicamente” dei contenuti in qualche modo correlati alla campagna sociale da promuovere, sulla base “di una semplice corrispondenza di parole”.

Il risultato dell’esperimento ha sorpreso gli stessi ricercatori, anche perché la natura non umana dei mittenti dei tweet non è stata affatto nascosta. Al contrario, il profilo dei bot sul loro account conteneva “una biografia che affermava il loro essere bot”, e la foto non era quella di un essere umano.

Ciò che però ha fatto la differenza nel coinvolgimento dei volontari è stata la schiettezza del messaggio. Più infatti questo era diretto, maggiore è stata la percentuale di utenti che hanno risposto e aderito all’invito. Così, quando alla proposta di realizzare il brainstorm contro la corruzione sono state aggiunte frasi come “potremmo migliorare la nostra città”; “ricorda che uno per tutti e tutto per uno”; o ancora, “se non aderisci, le nostre città potrebbero soffrire”, i risultati del reclutamento sono diminuiti significativamente.

Botivist sembrerebbe quindi dimostrare che le regole di coinvolgimento per il reclutamento di volontari segue delle regole particolari quando si utilizzano dei bot. Negli esperimenti di convincimento realizzati attraverso dialoghi tra persone, infatti, l’indicazione dei rischi della non partecipazione (“Le nostre città potrebbero soffrire”) si era dimostrata al contrario una metodologia più efficace del semplice messaggio diretto.

I tre ricercatori americani non si sono tuttavia affidati solamente ai software. Hanno infatti utilizzato persone reali per definire la tematica della campagna, per la scelta dei vocaboli per andare alla ricerca dei target a cui proporre il reclutamento, nonché per le risposte da dare a chi poneva domande. In particolare, gli studiosi hanno chiesto anche aiuto a membri messicani del Gar – Grupo de acciòn revolucionairia -, un gruppo che lotta “per la rivoluzione socialista in Messico”. Botivist è stato infatti concepito, “come un agente parlante spagnolo” sia perché è il primo idioma utilizzato da alcuni ricercatori, sia perché qualcuno di loro aveva un’esperienza diretta di campagne sociali in America latina. Il contatto con i membri del Gar ha permesso di “rifinire i messaggi di Botivist” aumentandone l’efficacia: “La maggior parte delle persone chiamate all’azione da Botivist ha apportato contributi rilevanti alla discussione ed ha anche iniziato ad interagire con gli altri”.

Secondo i ricercatori, quindi, un’applicazione come Botivist dimostra come sia possibile “chiamare volontari all’azione” attraverso strumenti automatici. La controindicazione è però immediata: se tali agenti automatici “diventassero popolari, una grande quantità di questi bot potrebbe competere per il tempo e l’’attenzione delle persone”, diventando così sempre meno efficaci e autorevoli.

Bot quindi sì, ma senza esagerare.