Non siamo altro che isole. Tracce di storie. Immagini e punti di vista. Cinquanta registi si raccontano nel libro-intervista di Donatello Fumarola e Alberto Momo, Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo (DeriveApprodi, Euro 25). Quentin Tarantino, David Lynch, Philippe Garrel, Takeshi Kitano, Werner Herzog, Amos Gitai, Enrico Ghezzi… sono solo alcuni dei nomi incontrati da Fumarola/Momo – in rocambolesche conversazioni rubate in bar di alberghi, in macchina, a Torino, Venezia, Rotterdam, Roma – un lavoro durato anni, raccolto dai due autori in modo disseminato, utopico, approfondito. E forse non è un caso che a pubblicare il libro sia una casa editrice che nel suo nome-manifesto dichiara la realtà in derive, ovvero sogni, e approdi, e dunque viaggio.

Dai fratelli Lumière ai “confini” usati come spazio di libertà, dalla nouvelle vague alle nuove frontiere del digitale. «Più che un atlante questo libro è un’enciclopedia» scrivono nell’introduzione gli autori, flâneur alla ricerca dei Tempi della “settima arte”. Latitudini e longitudini di registi fissati sulla cartografia traslucida di una mappa: «Vi sono diversi saggi, brevi e lunghi, di Eric Rohmer ma anche di Gilles Deleuze, che afferma che lo spazio del cinema è il tempo. Anche se sarebbe più preciso parlare di tempi, nel caso del cinema, come di spazi. È un concetto che ricorre spesso nel libro, in particolare nella conversazione con Hou Hsiao-hsien, uno dei più grandi inventori di tempo del cinema contemporaneo. Il viaggio è un modo di connettere tra di loro percorsi e memorie. Quelle condivise che produce il cinema, ma anche quelle più personali legate ai cortocircuiti biografici e alle circostanze: un diario di viaggio, o una passeggiata. In più siamo affezionati all’idea che il cinema sia davvero, come ha detto qualcuno, un paese in più sulla carta del mondo».

L’immagine, in questo senso, è frontiera: «Uno spazio di confine dove il tempo assume una valenza più giocosa. Magari più impietosa, ma meno incatenata a certe schiavitù a cui tutti ci assoggettiamo, con più o meno consapevolezza».

Il 2014 sarà l’anno della scomparsa della pellicola e del passaggio al digitale, il cinema per come lo conoscevamo dai Lumière non esisterà più per certi versi, ma aumenta la riflessione: «Chi può dire davvero di conoscere il cinema?» Ribaltano il senso dell’affermazione in domanda gli autori, restituendoci lo specchio delle nostre stesse immagini sulla realtà: «Il cinema non lo conoscevamo nemmeno al tempo dei Lumière, che infatti lo definirono un’invenzione senza futuro. Anche perché la visione della pellicola nitrato, che si usava fino all’introduzione dell’acetato, era già qualcosa di molto diverso dall’immagine a cui poi ci si è abituati. Per paradosso, il digitale reintroduce in un certo senso una “luccicanza” che l’acetato aveva perso rispetto al nitrato». Eppure, per Fumarola/Momo i sogni, dalla celluloide, e attraverso la tecnologia, si trasformeranno, ancora una volta: «Il cinema è sempre mutamento. Non solo nella sua composizione chimica. È proteiforme: lo puoi trovare in una sequenza di gioco di Hideo Kojima, l’autore del videogioco Metal Gear Solid. E il problema dei sogni non crediamo sia legato al supporto tecnico, quanto a un impoverimento umano che trova in certe invenzioni tecnologiche un alibi al ribasso».

Se i film sono viaggi, tre registi su tutti: «Jean-Marie Straub, Hou Hsiao-hsien, Manoel De Oliveira. Ovvero lo Spazio, il Tempo e il superamento dello spazio e del tempo. Semplicemente perché sono dei grandissimi, dietro la macchina da presa o seduti dietro a un tavolo a parlare. Per citarne un quarto, Monte Hellman, uomini come non ce ne sono più oggi».

Atlante reggeva le sorti del Mondo. Il regista come navigante, mito e archetipo, icona e mitopoietica di sé: «Non sappiamo cosa cerchino (i registi ndr), forse una chimera. Spesso ci siamo appassionati a farlo con loro, guardando i loro film. Potrebbero essere sia Giasone che Ulisse. O, estremizzando, sono la nave che li trasporta: sono essi stessi il viaggio. E per questo ci è così dolce, e talvolta crudele, navigar…»

La stesura di un libro-intervista presuppone un cambio di media, dalla parola alla scrittura: «Una nostra preoccupazione, nella trascrizione, è stata quella di restituire una parte dell’atmosfericità che ci proveniva dall’immagine e da luoghi affettivi della nostra memoria. Una pausa di sospensione, sulla pagina scritta, fa la differenza tra un dubbio e un’asserzione. Poi ognuno può aggirarsi tra le parole con la propria immaginazione: provare a sentire l’eco di una risata, o disegnare un sorriso beffardo sul volto di un interlocutore». Ciò avviene per Fumarola/Momo, allo stesso modo, nel passaggio mediatico tra parola e immagine: «Le immagini filmate hanno una flagranza che forse la pagina scritta non riesce a trattenere. Almeno nei nostri migliori incontri, dove la pausa o uno sguardo possono dire più di tante parole. Sono mondi paralleli. Il cinema è fatto di continue trascrizioni. È l’arte impura per definizione».

L’Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo è lettura aggraziata e danzante, design di pensiero, concatenazione in senso logico (degli autori) attraverso quel mare infinito che è il cinema (!). Eppure, attraverso i confini e lo spazio, le immagini raccontano l’uomo. Il destino a metà dei naviganti, l’effimero fil rouge dell’esistenza.

Chiediamo a Fumarola/Momo, per gioco, i 10 film che bisogna “assolutamente vedere” per comprendere questo Tempo: «Non riusciamo a immaginare qualcosa che si debba “assolutamente vedere”. Il cinema è ancora un paese libero, e forse solo dieci film non sono abbastanza! Sopratutto in un’epoca tecnologica che fa evidentemente a meno dei film: anche perché tutto è immagine, che di solito vende qualcosa o qualcuno, spesso noi stessi. Rimanendo al gioco quasi tutto si può trovare in 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, mentre La regle du jeu di Jean Renoir potrebbe fornirci la libertà necessaria, il gioco, per scardinare le regole. Con In girum imus nocte et consumimur igni di Guy Debord troveremmo invece la durezza e il rigore di uno sguardo critico e disincantato di fronte all’epoca e alla società che gli dà corpo. La stessa che si inabissa nel Titanic di James Cameron. Poi, per rimanere agli autori da noi amati e incontrati basterebbe un qualsiasi film di Straub, uno di Lynch e uno di Tarantino. E poi di Gitai, di De Bernardi o di Ujica».

Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo, di Donatello Fumarola e Alberto Momo, DeriveApprodi, 25 euro
Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo, di Donatello Fumarola e Alberto Momo, DeriveApprodi, 25 euro

Gli autori de l’Atlante sentimentale del Cinema per il XXI secolo saranno a Milano, in occasione del Festival di cinema documentario Docucity, giovedì 15 maggio alle 18 presso la Mediateca Santa Teresa, e dalle 20 aperitivo-presentazione presso la Vineria di via Stradella.