Geert Lovink, tra i maggiori studiosi di “media literacy” mondiali, in occasione della Social Media Week 2016 è stato a Milano per lanciare la versione italiana del suo ultimo libro, “L’abisso dei social media” (Egea editore): una visione profonda e inquietante dello status quo internettiano. Parlando in esclusiva con “Nòva” di come stanno le cose, apre così: “La vecchia economia della rete basata sul tutto gratis deve finire. Ma questo non piace alle corporation della Silicon Valley perché rappresenta una minaccia per il loro monopolio sottraendo l’utente al loro controllo”.

Per Lovink stiamo vivendo una sorta di strozzamento dell’imbuto: “Al primo modello open dell’Internet basato su link e ipertesti si è sostituito il modello ultra-consumistico basato su API blindate e sui “like”, che spinge la gente a condividere tutto senza comprendere: la viralità ha distrutto il significato e la memoria, che necessitano di un certo tempo per sedimentarsi”.

“Dopo le rivelazioni di Edward Snowden sui programmi di sorveglianza elettronica di massa dell’Nsa, con altri ingegneri e teorici abbiamo dichiarato morto l’Internet: la Silicon Valley è parte in causa di questo controllo pervasivo totale, che è pericoloso perché si è perso il senso economico generale e l’interesse pubblico”. Per Lovink stiamo vivendo nell’era del “capitalismo delle piattaforme”, dominato dai cyber-colossi planetari coalizzati insolitamemte con la finanza high frequency per controllare insieme la quasi totalità delle risorse in gioco.

L'”algoritmo”, o meglio, gli algoritmi marketing oriented, sono lo stratagemma dei monopolisti, continua Lovink, “per controllare e sfruttare gli utenti, che, anestetizzati dal consumo nevrotico di informazioni-spazzatura sui Social, perdono di vista i loro stessi interessi e il mancato ritorno economico di questa attività”. È l’abisso di cui parla nel libro: “Tutte le big del digital americano si basano su un modello economico ‘estrattivo’, ovvero estraggono valore dall’attività degli utenti per consegnarlo ai VC: è proprio questo modello di iniqua distribuzione del valore che ha distrutto la rete e che va smantellato”.

Il paradigma economico che sorregge queste mega-piattaforme, però, per Lovink è già fallito: “Il cosidetto sistema delle startup non regge, le pochissime a farcela vengono spinte da venture capital ambigui che le consegnano ai vari Facebook e Google di turno, ma a breve nessun giovane avrà più voglia o forza di buttarsi in un gioco in cui non può si vincere veramente”.

La soluzione? Sganciarsi da queste piattaforme monopoliste e dare vita ad alternative aperte e rimodellabili da chiunque. Ma siamo oltre i vecchi paradigmi dell’open source, dice Lovink: “Oggi la questione è più complessa, non è più solo appannaggio di visionari smanettoni ma riguarda tutti visto che il modello ultra-monopolista sta creando legioni di disoccupati”. L’economia della rete va gestita in maniera aperta da una ‘terza entità’ – che, a piacere può essere inquadrata come: ‘microeconomia’, ‘crowdfunding’, ‘commons economy’, ‘network P2P decentralizzato’, ‘infrastruttura pubblica’.

Lovink è convinto che nei prossimi anni le criptovalute, e la rinata economia decentralizzata, diventeranno mainstream. “Occorre tornare all’idea di una società aperta e non dominata da un algoritmo pervasivo. A una ‘società delle libere piattaforme’, conclude, con architetture economiche basate sulla cooperazione tra le persone e non sull’alienazione post-capitalista degli utenti “.