La prima cosa che manca, in tema di mobilità sostenibile, è una definizione condivisa. Tutti sanno cosa sia, ma nessuno sa come ottenerla. Una mobilità efficiente e poco inquinante è il sogno di ogni cittadino e amministratore. Ma su cosa è meglio puntare? Trasporto pubblico? Car sharing? Ciclovie? Oppure su auto elettriche? A gas? Ibride? Alcuni piccoli centri in Italia hanno scommesso su scale mobili e tapis roulant, a Roma il sindaco ha annunciato che valuterà la proposta di una funivia. Le iniziative si moltiplicano, per rientrare negli obiettivi fissati dall’Unione europea per il 2020 ma anche per migliorare la qualità della vita. Il settore è strategico per lo sviluppo economico e il benessere del paese: in Italia il trasporto stradale incide sul bilancio delle famiglie per il 12% ed è responsabile per circa il 34% delle emissioni di gas serra (dati Enel e Aspen Institute). E se Paesi Bassi e Norvegia, nazioni leader nella mobilità sostenibile, puntano tutto sulle auto elettriche, da noi invece la parola d’ordine è «intermodalità», ovvero utilizzo di due o più mezzi diversi.

Rispetto alla media europea, dove tra il 2010 e il 2015 il numero dei veicoli elettrici circolanti è salito di oltre cento volte, in Italia la diffusione risulta ancora modesta. Il rapporto L’e-mobility. Mercati e policies per un’evoluzione silenziosa, realizzato da Enel Foundation e Università Bocconi, prevede che i consumi elettrici per la mobilità cresceranno a livello mondiale fino a raggiungere entro il 2050 l’8,6% dei consumi energetici totali del settore, ma rispetto agli altri paesi europei il mercato nazionale risulta molto frammentato: oltre ai veicoli elettrici, anche quelli ibridi e a gas sono infatti in continuo aumento. Secondo i dati dell’Osservatorio europeo sui combustibili alternativi (Eafo), nel paese i veicoli elettrici sono circa 7mila, in maggior parte concentrati a Firenze (dove ve ne sono oltre 4mila). Per la diffusione dell’elettrico, il problema rimangono le infrastrutture: se l’autonomia media si aggira oggi intorno ai 150 chilometri, il nodo rimangono la (scarsa) diffusione delle colonnine di ricarica (a settembre 2016 erano 2.874), la range anxiety (ovvero il timore di rimanere “scarichi”) e le circa 2 ore necessarie per un “pieno”. «Per sostenere la mobilità elettrica occorrono tra le 10 e le 12mila colonnine di ricarica – ha detto Carlo Tamburi, direttore di Enel Italia intervenendo alla tavola rotonda dell’Aspen Institute Mobilità sostenibile in Italia: scenari futuri e fattori abilitanti -. L’infrastruttura è una condizione indispensabile per lo sviluppo delle auto elettriche e va sostenuta con politiche governative e agevolazioni chiare. Enel intende giocare un ruolo primario nella sfida per l’e-mobility e intanto ha già iniziato a potenziare la rete grazie all’aggiudicazione del progetto europeo Eva+, che prevede l’installazione di 200 colonnine di ricarica nelle nostre autostrade e in quelle austriache. Un banco di prova importante, che ora attende per consolidarsi un piano nazionale che riparta da quello annunciato dal governo per imprimere finalmente una svolta alla mobilità del paese e alla sua decarbonizzazione».

In attesa di conoscere le misure previste dal Piano nazionale per la mobilità sostenibile, che il governo deve approvare entro il prossimo 30 giugno, qualche indicazione arriva dalle dichiarazioni del Sottosegretario del Ministero per le infrastrutture e i trasporti Simona Vicari. «La mobilità sostenibile è un settore strategico in tutti i paesi occidentali: in Italia lavoriamo in particolare sull’intermodalità, agendo su diversi fronti. Nel trasporto pubblico locale per esempio, un settore penalizzato da uno dei parchi mezzi più vecchi d’Europa (oltre 12 anni l’età media di un bus, ndr), il piano di investimenti del biennio 2017 – 2018 prevede l’acquisto di circa 5mila nuovi mezzi a basso impatto ambientale e la quasi totale sostituzione dei vecchi autobus euro 0 ed euro 1 con mezzi meno inquinanti. Nell’ambito della mobilità elettrica, nel 2017 è prevista l’installazione di 700 punti di ricarica in 115 comuni e la realizzazione di dieci ciclovie prioritarie e altri percorsi ciclabili, uno dei quali lungo più di mille chilometri, grazie a un piano di investimenti da 283 milioni di euro, previsto dalla legge di bilancio del 2017 ed esteso fino al 2024».

Oltre a rappresentare uno strumento di pianificazione territoriale, il Piano nazionale per la mobilità sostenibile è indispensabile anche per migliorare la qualità dell’aria. Gli ultimi dati, raccolti da Legambiente e pubblicati nel rapporto Mal’aria (2016), parlano di città gravemente inquinate, che hanno superato il tetto dei trentacinque giorni l’anno fissato dalla legge per il superamento dei livelli di PM10 già a febbraio. Il rapporto Apriamo la strada al trasporto elettrico nazionale, realizzato da Enel Foundation e Politecnico di Milano per calcolare il dimensionamento e la distribuzione geografica delle infrastrutture di ricarica necessarie per garantire nel 2020 una mobilità elettrica su scala nazionale ipotizza quattro scenari. Si va dai 90mila veicoli dello scenario minimo, ispirato all’esperienza francese alla quale il nostro paese si potrebbe avvicinare se la domanda salisse del 100% nel 2020, fino allo scenario obiettivo ispirato al modello tedesco, che in presenza di adeguati incentivi porterebbe il parco elettrico a 360mila veicoli e richiederebbe 13.492 punti di ricarica. Lo scenario futuristico, invece, vede l’optimum in un parco auto elettrico da un milione di veicoli. Sempre che come definizione non si scelga quella di Gustavo Petro, sindaco di Bogotà: «Un paese sviluppato non è quello dove anche i poveri hanno l’automobile ma quello in cui i ricchi usano mezzi pubblici e biciclette». O magari il car sharing, ovviamente elettrico.