Al capezzale del malato ci andiamo spesso. Ma, chissà perché, gli prestiamo ancora poca attenzione. Stiamo parlando del mare. Che è fortemente febbricitante.  Con conseguenze profonde. “Le indagini mostrano che nel corso degli ultimi decenni il surriscaldamento degli oceani ha colpito aree situate ben al di sotto della superficie oceanica –  spiega Francesca Santoro, responsabile di Ocean Literacy all’interno della Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’Unesco -. Il surriscaldamento degli oceani ha forti conseguenze sulla vita marina e mette la biodiversità ancora più a rischio”.

L’aumento della temperatura dell’oceano sta accelerando il metabolismo degli organismi e innalzando la loro richiesta di ossigeno. Quindi, si va in debito di aria e questo rende alcune parti dell’oceano totalmente inadatte alla vita marina. “Si formano così le cosiddette “zone morte”, in cui per gli organismi aerobici è impossibile sopravvivere”. Mar Baltico e Mar Nero sono già attaccati.

A ciò che non si vede, si aggiunge un altro allarme che è sotto gli occhi di tutti: l’invasione delle plastica nei mari di tutte le latitudini. Il cosiddetto Pp – plastic problem – ha dati inquietanti con punte di dispersione di materiale altamente non biodegradabile tra i 4,8 e  i 12,7 milioni di tonnellate l’anno (fonte: Plastic waste inputs from land into the ocean). Plastica che vaga seguendo vere e proprie rotte. Un fenomeno che altri due oceanografi, Nikolai Maximenko e Jan Hafner, ricercatori presso lo International Pacific Research Center dell’Università delle Hawaii, dopo anni di studio sono riusciti a mappare attraverso modelli matematici. Si è così iniziato a studiare dove la plastica va a “svernare”. Ovvero, a formare isole da oltre 21 mila tonnellate di materiale imperituro con concentrazioni di oltre un milione di oggetti per chilometro quadrato. Piattaforme che galleggiano e che si portano appresso specie marine che dopo aver colonizzato i detriti plastici dispersi in mare sono in grado di sopravvivere per anni e invadere gli ecosistemi dei litorali marini. I dati espressi all’One  Ocean Forum che si è tenuto nei giorni scorsi a Milano sottolineano lo stato di crisi. La Ellen Macarthur Foundation ha stimato che entro il  2050 il rapporto plastica-pesci potrebbe diventare di uno a uno.

La gente di mare se ne rende conto. Il rischio pesa su quei 3 miliardi di persone (dato Onu) che dipendono dalla biodiversità marina e costiera.

E così si rischia la vita: Davide Carrera, campione mondiale di apnea, racconta di aver temuto di non riuscire più a risalire a galla durante un allenamento di immersione impigliandosi in una rete di plastica abbandonata. Stessa cosa per la biodiversità che viene costantemente violata: Francesco Bandiera della Federazione italiana piloti dei porti ricorda come nelle acque dove lavora (le Bocche di Bonifacio) le imbarcazioni risucchiano di tutto: coralli, specie in via di estinzione, così come la pratica dell’ancoraggio sta uccidendo i fondali.

Va urgentemente invertita la rotta con comportamenti che riguardano comunque tutti: imprese, istituzioni, singoli cittadini. La  Charta Smeralda, documento di sintesi dell’One Ocean Forum (convegno voluto da Yacht Club Costa Smeralda con il supporto di Sda Bocconi Sustainability Lab e altre strutture che hanno a cuore il benessere del mare come il Centro Velico di Caprera) cerca di riassumere proprio una serie di comportamenti a favore del mare. Buone pratiche ideate per prevenire l’inquinamento costiero e marittimo. Qualche esempio: evitare lo scarico delle acque nere o garantendo l’adozione  di procedure a prova di fuoriuscita; salvaguardare le biodiversità locali anche con sessioni informative dei turisti; ridurre il consumo energetico come se ogni porto, nave o barca diventasse una sorta di “smart village”.

La Charta Smeralda è stata firmata anche dalla principessa Zahra Aga Khan e dal Commodoro Riccardo Bonadeo che si sono impegnati ad adottarla come codice etico e comportamentale dello Yacht Club Costa Smeralda. Intuiamo che qualcosa si stia muovendo in maniera positiva,

Intanto, anche la blue economy e la blue biotechnology  tentano di dare soluzioni. Nei centri di ricerca non mancano i progetti per ridurre l’inquinamento e l’analisi dell’acqua.  Ma la proposta di Francesca Santoro dell’Unesco è quella di sviluppare, a medio termine dei “Blue Innovation Institute” che colleghino scienza, educazione, politica e settore privato “oltre a partenariati tra pubblico e privato in modo che si possano promuovere, ad esempio attraverso degli incentivi,  sistemi di produzione meno inquinanti”.

Attenzione però, perché anche i nostri comportamenti contano: a parte il dover  maneggiare con estrema cura la plastica per non dargli modo di inquinare è forse venuto il momento di prediligere materiali biodegradabili. L’industria inizia  a tendere su questa strada. Un esempio: “Già da oggi si può investire in uno stabilimento da un centinaio di milioni di euro per produrre 10mila tonnellate all’anno del nostro biopolimero che fonti di carbonio di scarto agricolo che non entra nella catena alimentare” racconta Marco Astorri, ad di BioOn.

Su questa strada anche l’industria cosmetica che a livello europeo si sta impegnando a sostituire le microplastiche presenti nei prodotti di esfoliazione o dentifrici con particelle biologiche da scarti agroalimentari evitando così di far finire 760 tonnellate anno di microplastiche che potevano finire prima in fogna poi nei depuratori e quindi magari in mare.