Una bottega artigiana riveduta e corretta in chiave 4.0. Proprio così. Il PopLab di Rovigo (acronimo per Performance oriented prototyping fabrication laboratory) è rapidamente diventato una sorta di simbolo del Nuovo Rinascimento italiano, un luogo privilegiato per l’incontro tra antichi saperi e tecnologie digitali. Obiettivo: reinventare vecchi prodotti e, perché no, lanciarne di nuovi, sempre grazie all’intreccio virtuoso fra tradizione e modernità. «Del resto» sorride Valentina Temporin, architetta e socia di maggioranza insieme con il collega Enrico Di Munno, «siamo nati esattamente con questo spirito: metterci al servizio delle piccole e medie imprese del territorio, aiutarle a innovare, a crescere, a mantenersi competitive. Non per nulla qui dentro ci muoviamo a 360 gradi: dall’ideazione alla progettazione, fino alla realizzazione dei prototipi e alla messa in produzione. Il ciclo completo, come si faceva una volta».

PopLab, dunque, vuole essere qualcosa di diverso rispetto agli altri Fablab sparsi lungo la penisola. E la sua attività non è certo rivolta ai giovani «smanettoni». Nato come spinoff accademico dello Iuav di Venezia e inaugurato ufficialmente nell’aprile 2016, può disporre di 500 metri quadrati all’interno di un vecchio zuccherificio che T2i, società per l’innovazione e il trasferimento tecnologico partecipata dalle Camere di commercio di Treviso e Venezia-Rovigo, ha completamente ristrutturato e adibito a incubatore di startup e laboratorio con macchinari di avanguardia. Tra i partner di PopLab oggi figurano anche Confindustria Venezia-Rovigo e la rivista di architettura The Plan. Dal 2017, inoltre, è ente di ricerca accreditato dal Miur, il ministero dell’Istruzione e dell’università.

Molti i progetti in ballo, tra i quali l’avvio, nel novembre di quest’anno, in collaborazione con lo Iuav, del master di secondo livello in D2P, Design to production. Il cuore, comunque, rimane il legame con le imprese del territorio. «Le affianchiamo nel loro percorso di innovazione» spiega Valentina Temporin «puntando su due caratteristiche specifiche: da una parte la cura per il design, per quel bello e ben fatto che è una delle caratteristiche peculiari del made in Italy; dall’altra l’attenzione al valore della sostenibilità, tanto nella scelta dei materiali quanto nei processi di lavorazione».

L’incrocio fra Pmi e hi-tech ha già prodotto i primi risultati concreti. La fornace Terreal SanMarco, nel suo stabilimento di Noale, nell’entroterra veneziano, realizza da sempre a mano i cosiddetti mattoni «facciavista». Come portare questa eccellenza nell’architettura contemporanea? Dalla collaborazione con PopLab è uscito Pat (Parametric terracotta), un sistema fatto di tessiture geometriche applicabile alle pareti, al tetto e ai pavimenti, quindi sia negli spazi interni che esterni (nella foto). Una soluzione di grande fascino, perché con Pat è possibile predisporre facciate a geometria variabile, su misura come un abito sartoriale. Ma quel che conta maggiormente sono le prestazioni. I nuovi mattoni, infatti, sono caratterizzati da una serie di pieghe auto-ombreggianti che hanno il potere di assorbire calore in inverno e di abbattere la temperatura in estate. Il risultato è un netto miglioramento dell’efficienza energetica dell’edificio.

Cambiando completamente settore, con la Bellelli di Badia Polesine (Rovigo) è stato studiato Lotus, un seggiolino da bici per il trasporto dei bambini che viene prodotto con un unico stampo in plastica. Pure in questo caso l’innovazione è duplice: da una parte l’estetica sofisticata, dall’altra l’eccezionale comfort per il piccolo passeggero, condito con parametri di resistenza agli urti pressoché inarrivabili. Si potrebbe andare avanti a lungo. Con la Veneta sedie di Merlara (Padova) è stato lanciato un concorso fra designer giunti da ogni regione d’Italia per quella che è stata ribattezzata la «sedia buona», interamente realizzata con legno riciclato e scarti di lavorazione. E ancora, con la Metalco di Resana (Treviso) è stata messa a punto una linea di panchine di forme e lunghezze quanto meno inusuali, 16 metri e oltre. Installate al Pigneto di Roma, sono presto diventate il salotto del quartiere e gli abitanti fanno a gara per tenerle in ordine. Innovazione tecnologica e sociale: anche questa è la Quarta rivoluzione industriale.