Cosa succede quando uno spazio urbano “decade”… dove vanno a finire i sogni di chi in quei luoghi ha immaginato il mondo – prima che alcuni, in esso, si perdessero e altri, invece, lo conquistassero –… che nome “segreto” hanno, quei luoghi, nell’avventura dei giorni? «Il nostro progetto è nato con l’ambizione di tutelare il patrimonio forlivese e romagnolo dal consumo di territorio, valorizzando gli spazi in abbandono», a raccontarlo è Francesco Tortori, presidente dell’associazione Spazi Indecisi di Forlì: «Inneschiamo una rigenerazione urbana “leggera” attraverso processi “dal basso”, di ibridazione con arti visive e performative, musica, design».

Quattro giovani talenti dalla comune affinità e dalle diverse competenze: Francesco Tortori (presidente; Arte e cultura), Matteo Pini (grafico e designer; Progettazione allestimenti), Filippo Santolini (architetto, consulente Casaclima; Innovazione e produzione), Matteo Camporesi (traduttore; Sviluppo editoriale): «Ora stiamo lavorando sulla creazione di un sistema per la valorizzazione complessiva dei luoghi ai margini del territorio; e la riattivazione continuativa dell’ex Deposito Atr, edificio di pregio costruito nel 1935 al centro negli ultimi tre anni di eventi culturali, organizzati da noi e dalla città di Ebla».

Gli “spazi indecisi” da cui prende il nome l’associazione sono i luoghi abbandonati o sottoutilizzati del territorio: «Luoghi che, nonostante la loro attuale condizione di abbandono e degrado, continuano a raccontare il riflesso di un trascorso vitale – continua Tortori -: qui si intreccia la storia che ne ha determinato il decadimento e le micro-storie delle persone che qui hanno vissuto, lavorato, agito».

Un intreccio che pone interrogativi sullo spazio e sul tempo: «Gli “spazi indecisi” sono i luoghi fisici e della mente, che subiscono un progressivo disconoscimento del loro valore sociale, storico, ambientale, culturale, economico», per il presidente dell’associazione: «Questo processo, avviato per incuranza, incultura, improduttività, conduce inevitabilmente al progressivo deterioramento fisico dello spazio e all’oblio urbano». Ecco perché: «Sono “indecisi” tutti i luoghi, le aree, gli spazi sui quali manca una visione e un progetto». Ed è su questi frammenti di paesaggio urbano, ed extraurbano, che i quattro lavorano, mettendo in rete i luoghi, come sistema di spazi-margine capaci di generare ricchezza culturale per il territorio. Ma se l’azione parte dal reale e attraversa i confini, il progetto: «Nasce come reazione alla deriva tecnologica in atto – spiega Tortori -. Ricerca, sperimentazione, innovazione spesso sono sinonimi di digitale. Spazi Indecisi è stato un modo per spegnere il proprio dispositivo tecnologico, uscire in strada e agire». Una scelta vincente.

Dopo la sorprendente risposta della città alle prime riattivazioni temporanee, è nato l’hyperluogo spaziindecisi.it: «Il sito raccoglierà e valorizzerà contributi – immagini, video, testi – che in questi ci hanno inviato artisti, fotografi e appassionati». Una mappatura open source del territorio, che è anche “mappa di comunità”: «Raccoglieremo le testimonianze degli interventi, così da fornire una memoria a luoghi che rischiano di sparire senza che nessuno se ne accorga – racconta invece Tortori – riconnettendoli possiamo fornire loro un nuovo senso».

Mappare. Geolocalizzare. Camminare. Percorrere. Attraversare. Confine. Soglia. Uno spazio è anche raccolta di termini, dizionario di significati, mondo poiché linguaggio: «L’esperienza Spazi Indecisi è ricca in quanto povera (economicamente) perché costringe a sperimentare e sperimentarsi. Alla base del nostro agire c’è la consapevolezza dell’esplorazione, dell’esperire, dell’intimità del contatto diretto, del valore della scoperta, lintervento come chiave per la riappropriazione». E ancora: «Il paesaggio urbano non può essere capito osservandolo dall’alto, è un sistema mutevole con cui interagire, è necessario “sentirlo”».

Da qui parte la riflessione: «Uno spazio ai margini non è digitale. Zero o uno. Bianco o nero. Riqualificazione da milioni di euro o abbandono. Lo stesso luogo deve essere pensato in modo differente a seconda delle molteplici dinamiche di contesto: il tempo, le forze che possono riattivarlo, la risposta della comunità, gli interessi economici, le condizioni dell’edificio.
Lo stesso luogo può essere integralmente ristrutturato, riattivato temporaneamente, culturalmente valorizzato, lasciato all’abbandono o abbattuto. La chiave è il progetto, e il processo».

Tra i molti interventi, due progetti: «Cicli Indecisi, un’esplorazione in bicicletta degli “spazi indecisi” del centro storico di Forlì, riattivati e resi vivi grazie a interventi che dialogano fra storia, storie e arti contemporanee; e Totally Lost – in collaborazione con il progetto europeo Atrium-Architecture of Totalitarian Regimes of the XX Century in Urban Management: «Il patrimonio architettonico dei regimi totalitari in Europa e in Romagna, presenta numerosi edifici di valore in stato di abbandono, considerati da “dimenticare” per il loro passato scomodo». Palazzi sommergibili, ospedali psichiatrici, ciminiere post-industriali, la Fabbrica Aeronautica Caproni – tutte in Italia – lo strepitoso monumento-astronave di Buzludzha in Bulgaria, i grattacieli-alveare brutalisti di Belgrado, la centrale “mirrorball” termoelettrica a Budapest, il memoriale mammut metallico di Petrova Gora: «Totally Lost non aveva l’ambizione di fare i conti con il passato, ma lanciare questi spazi nel futuro come contenitori di nuovi contenuti “democratici”».

Un processo, un’esplorazione collettiva a cui hanno partecipato oltre 200 fotografi da undici Paesi europei, 2500 foto, 60 video, 250 luoghi mappati: «Solo le arti possono generare una rielaborazione contemporanea», chiude Francesco Tortori: «Sono i dispositivi culturali che connettono i luoghi con le persone».