Un trapano che perfora il terreno fino a due metri di profondità è stato presentato giovedì scorso al Museo della Scienza e Tecnica di Milano, in occasione dell’inaugurazione di una bella mostra sul pianeta Marte. Perché il trapano è sì terrestre, anzi italianissimo dato che è costruito dalla Leonardo a Nerviano, in provincia di Milano, ma effettuerà il proprio lavoro sul Pianeta Rosso dopo il 2020, nell’ambito della seconda parte della missione europea Exomars, che lo porterà fin lassù dopo un viaggio di varie centinaia di milioni di chilometri.

È montato a bordo del sofisticato rover previsto dagli europei, grande grosso modo come un Suv compatto, che contiene anche un vero e proprio laboratorio di analisi chimica fisica. Entrerà in funzione dopo qualche giorno dall’arrivo sul suolo marziano e inizierà a trapanare fino a 2 metri di profondità, estrarrà dei piccoli campioni di materiale marziano e li passerà al laboratorio di analisi all’interno del rover.

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Oggi possiamo essere ragionevolmente sicuri del suo funzionamento perché dopo 4 mesi di operazioni in un ambiente identico a quello marziano, nei laboratori del Cisas, il Centro di studi e attività spaziali dell’Università di Padova, la trivella di Leonardo ha superato tutte le prove di qualifica spaziale effettuate in uno speciale ambiente il più possibile simile a quello marziano.  Scopo ultimo, apertamente confessato se non sognato, è trovare un batterio, sia vivo che anche fossile, per capire se c’è, o ci sia mai stata, vita su Marte, anche a livello elementare.

Un bel progresso rispetto al peraltro ottimo rover Curiosity di Nasa che da un paio di anni sta trapanando il pianeta, ma solo lo scalfisce, 5 centimetri scarsi. La differenza non è una questione di record ma è essenziale per la ricerca. Il suolo marziano, infatti, poco protetto dalla tenue atmosfera, è bombardato da milioni di anni da radiazioni e particelle che hanno spento ogni possibile forma di vita, fino a una certa profondità. Ma il terreno, specie se denso e solido, opera una schermatura efficiente ed ecco quindi che, a conti fatti, arrivare a due metri di profondità significa essere ragionevolmente sicuri di poter trovare i batteri, se mai ci sono in una qualche forma.

Per testarlo a Padova hanno creato una camera apposita, alta 4 metri e larga poco meno di 2, dove hanno ricreato le condizioni marziane quanto più possibile: “Suolo roccioso con intercapedini di sabbia, come ci aspettiamo di trovare su Marte, temperature fra – 100 e + 35, pressione fra i 5 e i 10 millibar” dice Stefano Debei, direttore del Cisas, il centro che ha testato anche il piccolo trapano spedito sulla Cometa C67/P con la sonda Rosetta.  Quello marziano è stato provato per 4 lunghi mesi su 8 tipi di terreni diversi, cambiando la carota di materiale, e tutto il carosello di punte e prolunghe è stato adoperato, proprio come se fosse nel pianeta di destinazione. In caso di rottura della punta di diamante da 25 millimetri, o di un’asta, infatti è prevista la sostituzione in automatico.  “Mettere insieme tutto quel che serviva: contenitore, apparato elettrico, pompe a vuoto, sensori e telecamere e tenerli in efficienza per 4 mesi non è stato facile ma abbiamo dimostrato che il sistema trapano è robusto e funzionerà perfettamente” conclude Debei.

Secondo Marco Stanghini, responsabile sviluppo business Spazio di Leonardo, industria che ha un ruolo di primo piano nel programma ExoMars, che vede il coinvolgimento di oltre 130 aziende spaziali europee guidate da Thales Alenia Space, la realizzazione del trapano marziano ha permesso di perfezionare e aumentare le competenze di Leonardo.

“Le caratteristiche peculiari della missione e dell’ambiente in cui andrà a operare richiedono infatti la capacità di progettare strutture e meccanismi leggeri, ‎ che siano al contempo abbastanza robusti da lavorare in un ambiente ostile come quello marziano” dice, e aggiunge che si è pensato a tutte le possibili fonti di guasto progettando un sistema ridondante e affidabile che, al tempo stesso, non possa contaminare l’ambiente marziano, falsificando così irrimediabilmente i risultati dell’indagine.

Certamente interessante come realizzazione, alta tecnologia, intelligenza e capacità di fare. D’accordo, ma su Marte. Mica vero: Stanghini conclude infatti illustrando come sistemi analoghi potrebbero essere utilizzati sulla Terra per ispezionare in modo automatico siti che non siano raggiungibili in modo sicuro dall’uomo.

Stefano Debei, da Padova, rilancia con uno studio che lì, al Cisas, portano avanti fin dal 2006, proprio per una trivella completamente automatica in grado di muoversi in modo autonomo e perforare fino a 100 metri.

Un modello in scala 1:1 dello strumento, con i dettagli del suo interno, robotizzato e completamente automatico, è in esposizione all’interno della mostra “Marte. Incontri ravvicinati con il Pianeta Rosso” curata da Viviana Panaccia, aperta al Museo di Scienza e tecnica di Milano fino al 3 giugno. Per chi può andarci è un’occasione per vedere da vicino, oltre a una bella mostra e un bel Museo, anche uno degli strumenti spaziali vanto dell’Industria e dell’Accademia del nostro Paese.