Qualche giorno fa la Commissione Europea ha comunicato il piano per il Mercato Unico Digitale. Un programma suddiviso in 16 punti che si pone tre obiettivi principali: migliorare l’accesso di consumatori e imprese a beni e servizi digitali europei; creare un ambiente che favorisca la diffusione di reti e servizi digitali innovativi; massimizzare il potenziale di crescita dell’economia digitale. L’Europa, sempre alle prese con battaglie legali nei confronti delle big company californiane, deve far fronte a un gap digitale enorme nei confronti degli USA. Un gap che, al di là dei numeri, indica una sola via d’uscita: l’innovazione. Oggi innovare non è più un’opzione. Non hai scelta. La competizione internazionale è serrata, e rischia di tagliarti fuori.

Sono recentissimi i dati del Report Technology Forum 2015 stilato da Ambrosetti. Dati che preoccupano, e che Nòva ha potuto visionare in anteprima. Il rapporto, diciamolo subito, addensa molte nubi soprattutto sull’Italia. Il nostro Paese ne esce un po’ a pezzi, ed emergono debolezze strutturali importanti. Se quello di Ambrosetti non è un requiem, poco ci manca.

«L’Italia, – è scritto nel rapporto – pur con eccellenze diffuse a livello aziendale e di ricerca, sconta un gap dai principali benchmark internazionali e dagli altri Paesi industrializzati comparabili». A livello europeo, ad esempio, il nostro Paese «si colloca da oltre 10 anni nel gruppo degli “innovatori moderati”, con un output aggregato di innovazione al di sotto della media europea e nettamente lontano da quello dei leader internazionali di riferimento: Giappone, Germania, Stati Uniti e Paesi scandinavi».

Le performance innovative dell’Italia, analizzate nel rapporto di RTF 2015, sono impietose: con un punteggio di 3,24, la nostra nazione è penultima nel ranking analizzato. Al primo posto la Svizzera, trainata in particolare da alte performance nell’export di prodotti ad alta tecnologia e dalla qualità della ricerca prodotta. Poi due Paesi asiatici: Corea del Sud e Singapore. Seguono Israele, Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Svezia, Finlandia e Canada. A distanza significativa, poi, l’Italia.

Rispetto al nostro Paese, secondo gli analisti di Ambrosetti «i problemi si riscontrano sul fronte dell’output e su quello dell’input con performance inferiori alla media del campione in tutte le aree analizzate. Ad essere più critici sono la scarsa propensione alla brevettazione (0,24 brevetti per mille abitanti nel periodo 2011-2013), le risorse finanziarie (ad esempio il Paese è ultimo per sviluppo del venture capital) e la distanza tra il mondo della ricerca e le imprese (ultimo per la quota di R&S condotta nei programmi di dottorato finanziata dal settore privato). Bassa, anche se in aumento, è la quota di occupati in attività di R&S (9,8% nel periodo 2011-2013)».

Unica nota positiva, il terzo miglior punteggio sul fronte del numero di citazioni per ricercatore e il quarto miglior punteggio sulla quota di ricerca e sviluppo finanziata dall’estero. Due segnali eloquenti della qualità del capitale umano italiano.

Le performance innovative in Italia, dunque, sono preoccupanti. Serve una scossa, soprattutto nelle regioni dove l’innovazione è ancora un miraggio. Perché dal RTF 2015 emerge un dato abbastanza eclatante. Regioni come Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, hanno fatto registrare performance superiori alla media europea. E

Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna sono le regioni che presentano la maggiore quota di occupati nella manifattura high- e medium-tech. Il dramma è tutto il resto. Una zavorra troppo pesante, che ci inchioda in fondo alla classifiche. E nell’epoca del mondo iperconnesso, la questione Meridionale torna prepotentemente attuale.