Soltanto l’1% del territorio italiano è coltivato secondo i dettami dell’agricoltura 4.0. Eppure l’Italia può ben considerarsi all’avanguardia nello sviluppo e nell’applicazione delle tecnologie abilitanti di questa nuova metodologia colturale. Non mancano, infatti, in questo ambito i progetti di ricerca condotti da università o istituzioni italiane. Come quelli condotti dall’IBIMET, l’Istituto di Biometeorologia del Cnr, che sta testando l’utilizzo di droni e di sensori wireless per il monitoraggio di colture, in serra, in vigneto e anche in campo. O come l’iniziativa del Diperatimento di Elettronica, Informatica e Bioingegneria del Politecnico di Milano, che sta sviluppando un robot, chiamato Grape, in grado di muoversi autonomamente in un vigneto e monitorarne lo stato di salute.

Ma soprattutto l’Italia, con le sue aziende agricole di piccole dimensioni e con la sua orografia accidentata, è il perfetto banco di prova per studiare nuove applicazioni per l’agricoltura 4.0, nata e sviluppatasi soprattutto per le colture estensive. È idea diffusa che gli investimenti richiesti per le tecnologie necessarie, come macchine agricole connesse al web e guidate da mappe digitali, sistemi di raccolta dati e di data analysis, sensorizzazione dei campi, ricorso a servizi satellitari, siano sostenibili soltanto per aziende agricole molto estese, ma nel caso di imprese particolarmente votate alla qualità come quelle italiane, quindi con un alto valore aggiunto, questo non è sempre vero. Lo dimostrano esperienze come quella di Porto Felloni a Lagosanto, nel Ferrarese. Condotta dalla famiglia Salvagnin adotta soluzioni innovative da oltre 20 anni, da quando, spiega Massimo Salvagnin, titolare insieme con il fratello Cristiano e il padre Luciano, “abbiamo cominciato a fare una mappatura dettagliata dei terreni della nostra azienda, che si trovano in un’area di recente bonifica e, quindi, sono particolarmente disomogenei, con un’alternanza di zone sabbiose e argillose che possono dare rese molto diverse, anche a pochi metri di distanza”.

Porto Felloni lavora circa 500 ettari di terreno, quindi non è il prototipo dell’azienda agricola italiana media, ma la sua produzione è molto frazionata in prodotti diversi come mais, soia e vari tipi di ortaggi, dai pomodori ai piselli. La mappatura in azienda è iniziata negli anni Novanta, ma solo di recente l’intreccio con altre tecnologie, come il gps, la connessione wireless delle macchine agricole, lo sviluppo di algoritmi e di sistemi di supporto decisionale, ha consentito di raggiungere risultati un tempo impensabili. “Ora – spiega Salvagnin – possiamo trasferire le nostre mappe digitali dei campi nei trattori con una chiavetta usb, e grazie alle informazioni contenute possiamo modulare i vari trattamenti, dalla concimazione al rilascio degli antiparassitari e dei fitofarmaci, in modo estremamente preciso, modulandolo in base al reale fabbisogno di ogni singola pianta”. Questo è possibile grazie anche a un certosino lavoro di monitoraggio. Sensori collocati strategicamente nei campi raccolgono dati che vengono incrociati con quelli forniti dai satelliti per avere sempre, in ogni momento, l’esatta situazione dello stato di salute delle piante: bisogno d’acqua, presenza di malattie o parassiti, bisogno di nutrimento nel terreno.

“Se non avessimo una profonda conoscenza delle pratiche agronomiche – commenta Salvagnin – tutte queste informazioni ci direbbero ben poco. Quindi deve essere ben chiaro che l’agricoltura 4.0, da sola, non è la risposta. Ma insieme a una corretta gestione dei campi e alla conoscenza può portare a risultati notevoli. Per noi, in particolare, tutto questo percorso ha significato un aumento della produttività medio del 35%, un aumento della produzione di mais intorno al 20% e una riduzione del 30% dei trattamenti”. Agricoltura più efficiente, quindi, e anche meno impattante sull’ambiente.

Se Porto Felloni è un esempio dei benefici tangibili dell’agricoltura 4.0 nella produzione, altre applicazioni hanno invece ricadute dirette sulla tracciabilità e sulla qualità del prodotto anche dopo che è stato trasformato e avviato alla commercializzazione. È il caso dell’Oleificio Zucchi, azienda cremonese che ha portato sul mercato il primo olio extravergine d’oliva certificato sostenibile e completamente tracciato. Attraverso il lancio di un progetto, denominato Filiera 4.0, l’oleificio ha potuto raccogliere ed elaborare i dati di tutte le fasi della filiera, dalla coltivazione delle olive alla raccolta, alla frangitura e molitura, imbottigliamento e trasporto, per cui ogni bottiglia, contrassegnata da un codice univoco, può essere monitorata fino all’arrivo sulla tavola del consumatore. Il quale, entrando sul sito dell’azienda e inserendo il codice, ha anch’egli accesso a tutte queste informazioni.

Possono essere quindi diverse le finalità con cui si adottano tecnologie digitali in agricoltura. L’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia, che segue da vicino lo sviluppo del settore, ha studiato 57 diversi casi di studio per capire come le aziende traggono vantaggio dall’innovazione tecnologica. Le applicazioni si sono rivelate quanto mai variegate: nel 51% dei casi hanno lo scopo di migliorare la qualità del prodotto, nel 46% dei casi per migliorare la sicurezza alimentare e arrivare quindi a proporre sul mercato alimenti decisamente più sicuri rispetto alla concorrenza. Ma le ricadute riguardano anche la riduzione dell’impatto ambientale, il miglioramento dei processi e delle condizioni di lavoro degli addetti e una maggiore cura del servizio, per esempio fornendo più informazioni al consumatore o con lo sviluppo di packaging in grado di garantire una più elevata qualità nutrizionale, migliori proprietà organolettiche e un aspetto più accattivante.