Il veicolo spaziale giapponese Kounotori (“cicogna bianca”), lanciato il mese scorso verso la Stazione Spaziale Internazionale con un carico di rifornimenti, ha sperimentato durante il tragitto una nuova tecnologia utile a sgombrare lo spazio circumterrestre dai detriti che vi orbitano.

Quello dell’inquinamento orbitale è un problema che si va intensificando e che costituisce una minaccia per la crescita dell’industria spaziale. Si stima infatti che attualmente intorno alla Terra vi siano non meno di 100 milioni di detriti prodotti dall’uomo, che vanno da satelliti andati fuori controllo fino a minuscoli frammenti di vernice. Anche questi ultimi, muovendosi a decine di migliaia di chilometri all’ora, possono produrre gravi danni in caso di urto. C’è chi teme che possa verificarsi la cosiddetta “sindrome di Kessler”: uno scenario in cui un satellite, urtando un detrito, si disintegra producendo a sua volta altri detriti, e così via, provocando una reazione a catena che renderebbe a lungo impossibile la navigazione in orbita terrestre (come spettacolarizzato nel film Gravity). Per questo, oltre a obbligare chi mette in orbita un satellite a dotarlo di un sistema di sicurezza che consenta di riportarlo nell’atmosfera anche in caso di guasto, le agenzie spaziali stanno sviluppando sistemi per ripulire lo spazio dai detriti accumulati.

Il Kite montato sul veicolo spaziale giapponese Kounotori
Il Kite montato sul veicolo spaziale giapponese Kounotori

 

Sono state ipotizzate varie soluzioni, dalla distruzione dei detriti mediante laser o raggi ionici fino alla loro cattura attraverso reti orbitali. Il metodo dell’agenzia spaziale giapponese Jaxa, utilizzabile solo per detriti di grandi dimensioni, prevede invece di agganciarli a un cosiddetto “tether elettrodinamico”, cioè un lungo cavo formato da un intreccio di fili in alluminio e acciaio. Il movimento del cavo attraverso il campo magnetico terrestre genera elettricità al suo interno, e questo crea una trazione in grado di rallentare il detrito fino a farlo precipitare verso l’atmosfera.

Denominato Kite (Kounotori Integrated Tether Experiment), l’esperimento della Jaxa ha dispiegato con successo un tether elettrodinamico lungo 700 metri, misurandone la generazione di elettricità. Per fabbricare un cavo intrecciato, più leggero e resistente rispetto a uno a sezione piena, l’agenzia giapponese ha collaborato con la Nitto Seimo, azienda che da 106 anni si occupa della produzione di reti per la pesca. Per sviluppare la tecnologia sono stati necessari dieci anni di intenso lavoro e 20-30 milioni di yen di investimento, arrivando a un macchinario in grado di intrecciare cavi lunghi anche diversi chilometri.

Ora che è stata verificata la fattibilità pratica del metodo, si procederà con il passo successivo: una missione con il compito di abbattere veramente un grosso detrito, da svolgersi entro la metà del prossimo decennio.