Se intendiamo l’artigianato come attività manuale, espressione di un sapere che si traduce sulle cose attraverso un contatto fisico e diretto tra uomo e materia, il restauro delle opere d’arte ne è, probabilmente, l’esempio più puro. Intervenire su un quadro antico, su una scultura lignea, su un mobile rinascimentale, ma anche su un’opera contemporanea realizzata con più tecniche e materiali richiede sempre un approccio personalizzato, studiato ad hoc per il caso specifico, e messo in pratica con la delicatezza e la perizia propria soltanto della mano umana, non replicabile da alcun tipo di macchina. Eppure, anche in questo ambito, in cui l’Italia da sempre eccelle nel mondo, le tecnologie digitali si stanno rivelando sempre più utili.

Lo dimostra Open Care Servizi per l’arte, un luogo straordinario e unico in Italia, probabilmente in tutta Europa. Nella sua sede di Milano, ospitata nel complesso dei Frigoriferi Milanesi, vicino al vecchio palazzo del ghiaccio di via Piranesi, questa società, controllata dal gruppo Bastogi, offre servizi integrati per la conservazione, gestione e valorizzazione di opere e collezioni d’arte. Attraverso il dipartimento di Art Consulting svolge, per esempio, un’attività di gestione e valorizzazione delle collezioni, fa valutazioni sulle opere, assistenze alla compravendita, produce inventari, archivi, cataloghi scientifici. Dispone di un caveau, un asettico spazio di 8.000 metri quadri certificati per la sicurezza, su cui si aprono cassette e armadi blindati per ospitare qualsiasi tipo di opera o di collezione. È strutturata per trasportare e realizzare allestimenti di pezzi delicatissimi, anche quando si tratta di salvarli da disastri, come un’alluvione, un terremoto o un incendio.

Ma, soprattutto, Open Care è attrezzata con laboratori altamente tecnologici per la conservazione e il restauro delle opere, che siano dipinti, sculture o tappeti, arazzi, mobili, orologi o antichi strumenti scientifici.

È Isabella Villafranca, entusiasta direttrice del dipartimento di Conservazione e Restauro dell’azienda, a illustrarci che cosa avviene all’interno questi spazi, in cui operano 20 superspecialisti del restauro di opere d’arte. “Nella nostra attività – spiega – le tecnologie digitali sono sempre più indispensabili. Nei nostri laboratori, per esempio, noi ci avvaliamo di metodi di indagine come la riflettografia a raggi infrarossi, l’infrarosso in falso colore, la radiografia digitale. Abbiamo inoltre stretto un accordo con la Factum Foundation di Madrid per l’utilizzo dello scanner 3D Lucida, una tecnologia non invasiva sviluppata da questa fondazione spagnola per analizzare in ogni singolo dettaglio, e ricostruire con un modello virtuale in 3D, qualsiasi tipo di opera d’arte”.

A che cosa servono questi strumenti? “La riflettografia infrarossa – dice l’esperta – consente di vedere al di sotto dello strato pittorico di un quadro per scoprire dipinti sottostanti o il lavoro di preparazione dell’autore, i cosiddetti underdrawings, rivelatori della tecnica con cui l’opera è stata realizzata e, spesso, anche dell’autore”. Un’indagine di questo tipo condotta da Open Care sulle opere del pittore veneto Giovanni Bellini ha, per esempio, dice ancora Villafranca, “consentito di sfatare la convinzione che i pittori veneti non eseguissero disegni preparatori delle loro opere. Al contrario, è emerso come Bellini fosse un maestro del disegno, perfino delle ombre, tratteggiate con grandissima precisione”. L’infrarosso in falso colore consente invece di capire i pigmenti impiegati dagli artisti nella composizione del colore, spesso indicativi dell’autore che, nella sua bottega, impiegava sempre le stesse “ricette” per creare la sua personale tavolozza.

Queste tecnologie, che grazie al digitale consentono agli esperti di ottenere immagini in tempo reale durante l’indagine, vengono applicate sia in fase di valutazione e analisi di un’opera sia in fase di restauro “con l’obiettivo – dice ancora Isabella Villafranca – di rendere oggettivamente misurabile un intervento e fornire parametri oggettivi in grado di indirizzare l’attività del restauratore. La colorimetria, per fare un altro esempio, è una tecnica che usiamo per misurare le variazioni di colore non solo prodotte dal tempo sull’opera, ma anche durante la stessa fase di restauro, per consentire a chi opera di restare il più possibile fedele all’aspetto originario”. Insomma, grazie alle tecnologie digitali il recupero di opere d’arte può diventare un’attività tracciabile e ripetibile, non più soggetta a interpretazioni personali.