Alla faccia dei luoghi comuni sulla carenza di banda larga e sulla refrattarietà ai pagamenti online, gli italiani sono tra gli europei più entusiasti dell’ecommerce. Siamo i più disinvolti nel condividere informazioni personali quando facciamo shopping online e (66% contro il 55% di media Ue) e i primi (70%) per interesse nelle fitting-room virtuali, secondo il report “The European Connected Consumer: a life online” realizzato da Osborne e Clarke. L’indagine rivela anche che siamo di gran lunga i più interessati all’utilizzo di droni (67%) o di veicoli senza autista (54%) per la consegna delle merci.
Forse perché proprio in Italia il trasporto rimane ancora lo scoglio più difficile per risolvere l’equazione della logistica dell’ultimo chilometro, tra il centro di distribuzione e il cliente, che è la conditio sine qua non per far volare il mercato digitale. «L’Italia ha fatto molti progressi negli ultimi anni – osserva Stefano Perego, oggi Regional operations director per Amazon in Europa –, ma ci sono ancora due problemi cruciali: l’infrastruttura ancora tarata su lettere e grandi colli, mentre gli ordini dell’ecommerce sono tipicamente pacchetti medio-piccoli, e i mezzi di trasporto per gestire una granularità molto fine nell’ultimo miglio».
Amazon ha investito oltre 450 milioni di euro in Italia dalla sua apertura nel 2011 e sta spingendo tutto il sistema della logistica italiana ad alzare le performance per portarlo a livello di quelle Usa, nonostante le nostre città pongano molti più problemi alle consegne ultrarapide. «Al momento non pensiamo a una nostra flotta per le consegne nell’ultimo miglio – osserva il manager che ha lanciato il colosso americano dell’ecommerce in Italia e che oggi è di stanza a Seattle –, ma stiamo lavorando con i corrieri italiani per sviluppare le loro capacità con un modello dal basso. Prima disegniamo cosa vogliamo fare e dove, poi lavoriamo con i nostri partner per sviluppare la logistica che ci serve».
Un esempio è Errepost, la startup milanese lanciata da Luciano Mangione che, con 60 dipendenti, 35 furgoni e dieci biciclette, si è aggiudicata la gestione delle consegne di Prime Now nel capoluogo meneghino. C’è da scommettere insomma che vedremo moltiplicarsi e poi consolidarsi i servizi di bike messenger e di trasporto veloce che già oggi stanno proliferando sotto varie insegne per l’alimentare. Anche perché Amazon, sta rapidamente aumentando la scala delle sue operazioni in Italia. Dopo il primo centro di distribuzione urbano di 1.500 mq aperto a Milano nel 2015 per i clienti del servizio Prime Now, quest’anno ha annunciato l’apertura del primo centro di sviluppo per l’intelligenza artificiale di Torino e del nuovo centro di distribuzione a Passo Corese, in provincia di Roma che servirà il Centro-Sud e vedrà un investimento di 150 milioni di euro e la creazione 1.200 posti di lavoro nei prossimi tre anni.
«Il mercato dell’alimentare fresco è la grande sfida dell’ecommerce dei prossimi anni, ma è l’Everest della logistica – osserva Alessandro Perego, docente di ingegneria gestionale al Politecnico di Milano –. In Gran Bretagna grandi gruppi come Tesco sono già ben avviati, ma è un mercato difficile: il prodotto ha un basso rapporto valore/peso, è deperibile, è fatto di ordini con anche 50 diversi item all’interno, il cliente è molto sensibile alla qualità e chiede la consegna in fasce orarie precise». Negli Usa Amazon sta sperimentando con successo il suo servizio Fresh grazie a una flotta proprietaria mentre a Milano, il servizio PrimeNow consegna i prodotti freschi di NaturaSì e U2.
«La velocità con la quale Amazon ha penetrato il mercato italiano è stata una doccia fredda per molti attori e credo abbia finalmente scosso molti gruppi che consideravano il canale online come un semplice spinoff, mentre invece vediamo una crescita sempre più rapida che nell’ultimo anno ha segnato +18% raggiungendo i 19,6 milioni di euro per il B2C – sottolinea Perego, che è anche direttore scientifico Osservatori Digital Innovation del Politecnico –. Non c’è nessuna ragione perché i gruppi italiani non possano avere successo nell’e-commerce, ma dobbiamo sgomberare il campo da tre malintesi che continuano a circolare. Il primo è che vendere online sia semplice: non è vero perchè puoi essere sul web, ma introvabile. Il secondo è la contrapposizione tra aziende tradizionali e online: è sbagliato e vanno invece cercate sinergie e alleanze. Il terzo è pensare che presto si parlerà solo di commerce senza distinzione tra retail fisico e digitale: è fuorviante perché per l’online serviranno sempre competenze specifiche».