L’invenzione delle prime interfacce grafiche ha segnato il passaggio delle tecnologie digitali dall’ambito strettamente professionale al mercato consumer. Dalle prime applicazioni dello Xerox Parc degli anni ’70, l’evoluzione delle interfacce delle applicazioni personali non si è mai arrestata, e al design dello “strato” del front-end viene oggi riconosciuta perlomeno la stessa importanza riservata alla progettazione degli “strati” tecnologici del software e dell’hardware.

Per diverse ragioni, in parte storiche e in parte di contesto di applicazione, il rapido sviluppo di applicazioni user-friendly nel settore consumer inizia solo di recente a trovare corrispondenza nel settore professionale. Cresce anche in questo dominio la consapevolezza di come saper progettare esperienze d’uso di qualità diventi un attributo di valore che apre grandi spazi di mercato in presenza di interlocutori (clienti) preparati. Per un’azienda, cogliere appieno questa opportunità implica il coraggio di intraprendere un percorso che si deve porre (così come è stato per l’adozione dei metodi di progettazione Agile) l’obiettivo di introdurre processi di design nuovi, che richiedono un’impostazione metodologica specifica e l’acquisizione di professionalità finora in molti casi assenti dal ciclo di sviluppo.

Ad oggi, le poche aziende del settore industriale attente al tema del design del front-end si sono basate per lo più sull’Ergonomia (Human Factors, in ambito anglosassone), mentre il settore consumer ha ormai ampiamente abbracciato i metodi dello User Experience Design (UXD). Pur condividendo lo stesso obiettivo, i due approcci presentano alcune differenze che è utile esporre brevemente. Ergonomia e Human Factors offrono una notevole base di conoscenze, standard e linee guida utili alla definizione di processi prevalentemente orientati a garantire usabilità, sicurezza ed efficienza. Le metodologie derivano dalla ricerca sperimentale e gli strumenti per la progettazione tendono ad esprimere un elevato livello di formalizzazione. Lo UXD rappresenta una via più empirica e prevalentemente orientata a realizzare interfacce dotate di qualità che interessano, oltre all’usabilità, anche altri ambiti di valore per l’azienda, come family feeling, coerenza di ecosistema ed esperienze d’interazione distintive (signature moments). Si preferiscono tecniche di design fortemente iterative, come sketching e prototipazione rapida, gli strumenti della progettazione tendono ad assumere una forma narrativa o visuale e assolvono principalmente a una funzione di problem-solving collaborativo.

Entrambi gli approcci appena accennati non sono solo utili a rinnovare le interfacce “legacy” del settore professionale ma sono anche fortemente abilitanti per la declinazione efficace di visioni strategiche ampie (smart factory) e per l’introduzione di nuovi paradigmi d’interazione (interfacce olografiche) troppo spesso oggetto di una narrazione esclusivamente tecnologica. Se le aziende dell’ambito industriale non vogliono perdere un’opportunità significativa di vantaggio competitivo devono dotarsi di competenze in grado di realizzare una sintesi efficace tra i saperi legati alle discipline del design, proseguendo in quel formidabile percorso di cambiamento e innovazione inaugurato da pochi visionari agli inizi degli ormai lontani primi anni ‘70.