Esiste un modo per rendere le terapie antitumorali (e in futuro non solo quelle) più sostenibili: aumentarne l’appropriatezza, ovvero il rapporto che intercorre tra la probabilità che esse risultino efficaci e il prezzo, per quanto elevato. Così, se una cura costa centinaia di migliaia di dollari, o di euro, potrà risultare sostenibile se salva un’alta percentuale di pazienti, perché valutando i costi globali, che tengono cioè conto di quanto costano la fase più grave (in esami, terapie e assistenza), il decesso, la perdita di attività lavorativa e così via il bilancio può diventare ragionevole.

Al contrario, se la stessa terapia salva solo pochi decimali di pazienti, il tutto risulterà insostenibile, ingiustificabile e irrazionale. Ma come aumentare l’appropriatezza?

Roche ha imboccato da anni una sua strada ben precisa, che ha voluto illustrare in un incontro svoltosi nei giorni scorsi a Cambridge (Boston), e che oggi sembra ripagare coloro che hanno avuto quel tipo di visione: quella della profilazione genetica.

Basandosi sull’esperienza già acquisita nell’ambito dei marcatori di risposta con l’anticorpo monoclonale trastuzumab, diretto contro la proteina Her2 e approvato negli Stati Uniti nel 1998 con un’indicazione vincolata alla positività del test dello stato di Her2 appunto, e poi su quella di altri farmaci intelligenti introdotti sempre insieme al relativo test sul bersaglio, il colosso elvetico nel 2015 ha investito più di un miliardo di dollari per acquisire il controllo di una company fondata nel 2009, la Foundation Medicine, specializzata nelle analisi genetiche dei tumori.

Oggi Foundation Medicine processa centinaia di campioni di malati con tumore avanzato (non effettua analisi di predizione di rischio per scelta) provenienti da diversi paesi ogni giorno tutti i giorni (con la sola esclusione di Natale e Thanks Ginving, tengono a precisare i ricercatori), al punto da avere ormai acquisito oltre 170.000 campioni di pazienti di cui sa tutto ciò che c’è da sapere in ambito genetico. Campioni che danno concretezza all’idea di Medicina di Precisione lanciata da Barack Obama nel 2015, e che Steve Kafka, presidente e Ceo di Foundation Medicine, così riassume: “Siamo passati da un approccio nel quale identificavamo un gene mutato e quindi cercavamo un farmaco che potesse agire su quella mutazione, a uno in cui sequenziamo tutto il genoma del tumore del singolo paziente senza un’idea precisa, per poi prospettare le possibili terapie in base a quanto emerso”.

Che cosa ciò possa significare lo si vede per esempio nei tumori del polmone: a seconda delle mutazioni identificate, il malato può essere trattato con farmaci anti Egfr, anti Alk, anti Kras, anti Braf, anti Pi3K, anti Ros1 oppure con una tra le diverse immunoterapie, da sole o in combinazione tra loro o con uno dei precedenti, per sintetizzare al massimo o, ancora, essere inserito al più presto in un protocollo sperimentale che recluta pazienti con le sue caratteristiche genetiche. Ciò significa, spesso, passare da una sopravvivenza di pochi mesi a una situazione di cronicizzazione o, nei casi migliori, di guarigione.

Un altro esempio, illustrato Stefan Foser, direttore scientifico del Group International di Roche, riguarda i tumori di origine sconosciuta o Cup, che rappresentano dal 3 al 5% del totale. “Fino a oggi per queste neoplasie, soprattutto se diagnosticate in fase avanzata, non c’era molto da fare: non sapendo la sede di origine, non si interveniva se non chirurgicamente o con chemioterapie generiche. Ma grazie alla profilazione genetica non ci interessa più capire da dove provengono, perché ciò che vogliamo sapere è che mutazioni contengono, per poter proporre una terapia”. Analizzando centinaia di campioni di Cup provenienti dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, racconta Fraser, i ricercatori di Foundation Medicine hanno individuato mutazioni utili a giustificare una certa cura nel 67% dei campioni: pazienti che, altrimenti, non avrebbero ricevuto alcuna terapia mirata e che in molti casi sono stati invece curati.