La città foresta che Stefano Boeri con il suo staff di architetti sta disegnando in Cina fa invidia. A Liuzhou, una cittadina di 30.000 abitanti, la municipalità ha chiesto all’architetto italiano di costruire uffici, case, alberghi, ospedali, scuole, interamente ricoperti di alberi e piante, sul modello del “bosco verticale” di Milano. Tante quante potrebbero produrre più di 900 tonnellate di ossigeno e assorbire 10mila tonnellate di CO2, oltre a 57 tonnellate di polveri sottili.E in Italia cosa succede?

Sono passati pochi mesi da quando la Commissione Europea ha inviato un ultimo avvertimento all’Italia per il superamento dei valori limite di particolato (Pm10). Molte le Regioni fuori norma: Lombardia, Veneto, Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Lazio e Sicilia. Anche il biossido d’azoto (NO2) è un sospettato speciale. “Ora Governo e Regioni si stanno muovendo”, sintetizza Anna Gerometta, presidente dell’associazione Cittadini per l’aria, che però aggiunge: “I proclami sono stati fatti più e più volte. Ora occorre passare dalle parole ai fatti e vedere come si realizzano gli annunci”.

E intanto proprio la sua associazione si sta muovendo con al fianco Client Earth, associazione europea: la matrice è simile, sono esperti di diritto e intendono sostenere in sede giurisdizionale le buone politiche per l’aria. Ancora Gerometta spiega: “Sul fronte padano con un ricorso al Tar Lombardia abbiamo ottenuto che la Regione prendesse atto dell’insufficienza dell’attuale Piano degli interventi per la qualità dell’aria (Pria)”. La delibera del 3 aprile scorso ha promosso l’aggiornamento. Le buone pratiche suggerite non mancano (stop ai diesel per esempio, più ciclabili e ferrovia al posto del trasporto su gomma, divieto di uso di combustibili solidi ovunque si violino i limiti di Pm10 e Pm2,5), ma quello che sta emergendo con forza dai centri di ricerca è la possibilità di usare al meglio e con più intensità il “verde”. Le piante insomma. Alcune meglio di altre.

È quello che sta succedendo a Modena dove è in atto un test su alcune strade a “effetto canyon”: lunghe, strette e intensamente trafficate. Qui, sono stati posizionati i CityTree, pannelli autoportanti da 3 metri x 4 e profondi 60 centimetri ricoperti da muschio e piante vascolari che hanno il compito di “divorare” la Pm10. Alla fine del 2018 i ricercatori del Cnr Isac di Bologna e Lecce che lavorano a stretto contato con i colleghi dell’Università di Ferrara dovrebbero avere sufficienti dati di come muschi e piante del genere Sedum potrebbero risultare risolutivi. “Le foglie del Sedum – spiega Arianna Cecchi, innovation lead di Climate Kic Italy che sta finanziando il test dei CityTree ideati dalla start up tedesca Green City Solutions – sono carnose, di un verde intenso, hanno la funzione di immagazzinare acqua e sono generalmente piccole, numerose e ricoperte da una sostanza cerosa o da una leggera peluria. Insieme ai muschi offrono quindi un’ampia superficie per intrappolare gli inquinanti”. I test effettuati in laboratorio evidenziano che  i CityTree  hanno lo stesso effetto di 275 alberi, ma utilizzando meno dell’1 per cento di spazio. Secondo i dati forniti da Aster, società della Regione Emilia-Romagna per l’innovazione e la ricerca industriale, questo enorme filtro vegetale è in grado di rimuovere dall’aria circostante 240 tonnellate di CO2.

Intanto, Torino ha adottato il progetto Pure Air Zone, che consiste nel creare delle zone di aria pura installando una tecnologia brevettata da U-earth. L’aria viene purificata da sistemi AIRcel in grado di catturare contemporaneamente i composti organici volatili, le polveri sottili Pm2,5 e Pm10, oltre a muffe acari e spore e composti chimici come formaldeide e idrocarburi e di digerirli in modo naturale attraverso la bio-ossidazione. Ma altre città potrebbero godere di questa tecnologia che “digerisce lo smog”. Tutta l’estate infatti avrà i riflettori social accesi per conoscere e diffondere il modello.

Ma non sono questi gli unici sperimenti sul campo. Anche i tetti verdi – non così tanto diffusi nel nostro Paese – sono sotto stretta osservazione. Un gruppo di ricercatori Enea guidato da Patrizia Menegoni sta studiando comunità vegetali che spontaneamente si insediano su solai abbandonati in aree a clima mediterraneo e sta valutando la capacità delle comunità erbacee in essi presenti (le stesse specie sono campionabili anche in città nelle aree abbandonate o periferiche a edifici/ruderi/reti stradali) di accumulare inquinanti.

“Pochi centimetri di suolo sui solai dei nostri edifici – sostiene la Menegoni – sono in grado di risarcire, seppur parzialmente, gli ambienti dei danni che causiamo con l’imponente cementificazione di aree sempre più vaste e di riportare in città quella qualità di vita che siamo sempre più consapevoli di aver perduto da tempo”. Nel frattempo, si sta studiando la riproducibilità in vivaio di set di specie finalizzate a questi impianti e la possibilità di riprodurle con protocolli di allevamento a basso impatto ambientale.

Monocotiledone Typha latifolia e la felce Thelyipteris palustris potrebbero dare il meglio di loro nell’assorbire l’inquinamento delle pratiche agricole intensive fatto di metalli pesanti e biocidi. Le due piante sono sotto la lente di ingrandimento di Alessandra Moscatelli del Dipartimento di Bioscienze dell’Università degli Studi di Milano e Luciana Rossi del Dipartimento di Scienze Veterinarie. È questa la sintesi del progetto LowMetal finanziato dal ministero per le Politiche agricole  con il bando “Progetti Speciali in materie agricole, alimentari e forestali”. Obiettivo capire come agire per sottrarre i metalli dalle acque contaminate dagli elementi diffusi in ambito agro-zootecnico.