I nuovi pagamenti digitali si rivelano vestiti di un doppio abito: alleati e nemici assieme, potenzialmente, delle banche. Da una parte infatti possono aiutarle a rinnovare il rapporto con i clienti. Dall’altra, le espongono a nuovi rischi di disintermediazione. È il quadro, ancora embrionale, che sta emergendo dall’analisi dei primi servizi di mobile payment e di pagamenti P2P.

Sul primo fronte, «continua l’espansione dei big player – come Apple, Google, Samsung – in tutto il mondo. Anche altri attori come Facebook dichiarano interesse su questo fronte», dice Valeria Portale, esperta del settore presso gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. Nel codice del Messenger appaiono infatti tracce di un futuro servizio di mobile payment alle casse. «Da un lato l’interesse dei grandi attori internazionali conferma che questa è la direzione giusta per evoluzione dei pagamenti, dall’altro, seppur in questo momento le banche siano coinvolte, rischiano la disintermediazione», riflette Portale.

L’ultimo esempio arriva da Vodafone, il cui nuovo servizio di mobile payment Nfc è il primo (e unico per ora) a funzionare con le carte di tutte le banche (che l’utente deve caricare sull’app dell’operatore). Vodafone ci è riuscita grazie a un trucco: “virtualizza” la carta di credito all’interno della sim e si appoggia a una banca inglese (Raphael Bank), con cui ha fatto un accordo a livello di gruppo. In un certo senso, sono state disintermediate le banche italiane, che finora ricorrevano necessariamente nei servizi degli operatori (Tim e Vodafone, mentre Wind e 3 Italia ancora non sono partiti con l’Nfc). Del resto, il bisogno di legare i servizi ad accordi precisi tra banca e operatore ne ha ridotto di molto la fruibilità (l’utente era obbligato ad avere rapporti con entrambi gli attori della filiera contemporaneamente).

Le banche, dal canto loro, «stanno andando verso soluzioni in autonomia: basate sul cloud, quindi funzionanti con tutte le sim», dice Portale. Lo fanno già Unicredit e Intesa Sanpaolo.

La disintermediazione via internet insomma colpisce diversi attori; e le banche si stanno dimostrando in grado di ribattere colpo su colpo.

Simile scenario sui servizi di pagamento p2p. Qui la nuova stella nascente è Satispay, che sta potenziando gli accordi con i negozianti (se ne aggiungono 50 al giorno). I pagamenti via app, da persona a persona, possono consentire così di pagare anche alla cassa, in alternativa al Pos. Com’è noto, questo tipo di pagamenti non passa da carta di credito, ma si sostanzia in un bonifico istantaneo. Certo, entrambi gli utenti devono avere un conto corrente, quindi le banche non sono scavalcate del tutto. I pagamenti p2p pongono però su di loro una pressione inedita, per ridurre i costi (non solo del bonifico, ma anche del Pos) e migliorare il servizio.

Le banche stanno reagendo adottando la tecnologia Jiffy di Sia nelle proprie app (ultima, ad aprile, Banca Popolare di Milano). Il servizio che ne risulta permette pagamenti p2p (via bonifico) tra gli utenti di tutte le banche aderenti a Jiffy (al momento una dozzina).

Più agguerrita la disintermediazione possibile con le tecnologie blokchain sui servizi di remittance e bonifici internazionali (dove quelli bancari sono notoriamente costosi e lenti). Uno di questi è Romit: scambio di denaro con commissioni low cost, fuori dai sistemi bancari. È un’alternativa a Western Union e simili ed è competitivo soprattutto sul fronte del pagamenti transfrontalieri e per quelli di piccolo importo. L’uso di blockchain serve a mantenere bassi i costi. I due utenti che si scambiano i soldi utilizzano sempre valuta normale (euro, per esempio), in entrata e in uscita. In modo invisibile, il sistema usa blockchain e bitcoin. Il denaro passa da un portafoglio elettronico Romit all’altro. Il destinatario del pagamento usa le informazioni relative (ricevute via sms) per ritarare contanti presso un esercizio abilitato al servizio: può essere un Atm (bancomat) o un cassiere. La transazione avviene in pochi secondi e con una commissione fissa del 4 per cento. I sistemi tradizionali sono troppo costosi per i piccoli importi. Attualmente ci sono tre Atm abilitati (di Robocoin), in Italia: a Roma, Firenze e Milano. A questo si sommano nove cassieri. Banca Sella sarà la prima banca ad avere, al proprio interno, un punto di ritiro Romit, confermando che attori tradizionali e i nuovi – basati su blockchain – stanno stringendo accordi sempre più stretti, anche in Italia.

E tuttavia anche blockchain può essere un alleato. Varie banche di dimensioni medio-piccole l’hanno adottata a supporto dello scambio di soldi tra utenti (in particolare per bonifici internazionali) e tra filiali delle banche. Tra le prime, la tedesca Fidor Bank, a cui sono seguite alcune piccole banche americane e una delle principali australiane.  I vantaggi sono i soliti del sistema blockchain: bassi costi e velocità di esecuzione per il trasferimento internazionale.

Lo scenario generato dalla tecnologia è quindi complesso: siamo in una fase in cui le opportunità e i rischi, per gli attori tradizionali, si mescolano con grande dinamismo.