Dove vai se internet non ce l’hai? Domanda retorica, risposta scontata: da nessuna parte. Peggio, rischi di finire dritto dritto fuori mercato. Le imprese italiane, comprese le piccole e piccolissime, pare che lo abbiano (finalmente) capito. Peccato che fra la teoria e la prassi ci sia un abisso. Perché è vero che il 91% delle imprese considera importante o addirittura importantissima la presenza sul web e in particolare la messa in campo di un dominio, primo livello di accesso all’universo internettiano, ma è altrettanto vero che un terzo delle nostre aziende quel dominio nemmeno lo possiede. Risultato: le famose, decantate e persino note opportunità offerte dalla Grande Rete, rimangono sulla carta. Un miraggio, o quanto meno una meta difficilissima da raggiungere, in assenza di una corretta e coerente strategia digitale.

Insomma, in un Paese dove 38 milioni di persone (il 63% della popolazione) sono attive su internet e dove 19 milioni sono i web shopper (12,9 milioni persino abituali), a segnare il passo sono proprio le imprese. Che hanno davanti una strada molto lunga se vogliono recuperare il gap con i competitor internazionali. A dirlo non è l’ennesima classifica sulla diffusione dell’information technology, con l’Italia puntualmente agli ultimi posti, ma l’indagine sul campo «Digitale e web nelle micro imprese italiane», condotta dalla società specializzata Pragma per conto di «Registro .it». È stato preso in esame un campione di 1.200 imprese da uno a nove addetti (si badi bene, a questa categoria appartiene il 95% delle aziende sparse lungo la penisola), rappresentativo dei tutti i settori manifatturieri, come pure delle costruzioni, del commercio e dei servizi. Obiettivo: capire il posizionamento sul web e sui social e analizzare l’attività svolta online.

I primi dati riguardano la diffusione dei domini: il 67% delle imprese ne possiede almeno uno (quattro anni fa, nella precedente edizione della ricerca, ci si fermava al 62,7%) e il 5% ne ha più di uno. Il 65% lo utilizza per leggere la posta, il 39% per avere un indirizzo email personalizzato e professionale, il 34% per avere maggiore visibilità, il 15% per fare comunicazione e marketing. Quanto ai social, Facebook, alla faccia dei suoi 28 milioni di utenti italiani (che diventano 1,7 miliardi a livello planetario), viene utilizzato solamente dal 27% degli intervistati, mentre Linkedin e Twitter non superano il 3%. In definitiva, però, il tasso di digitalizzazione aziendale viene ritenuto sufficientemente avanzato e comunque in linea sia nei confronti della concorrenza sia riguardo alle esigenze della clientela. Tanto che, fatto cento gli investimenti programmati, il 69% delle imprese intende destinare al digitale non più del 5% delle risorse disponibili.

«L’aspetto positivo» commenta Domenico Laforenza, direttore dell’Istituto di informatica e telematica del Cnr «è il leggero, costante aumento dei domini .it, giunti ormai a quota 3 milioni e nettamente preferiti al .com e a qualsiasi altra estensione. Il .it è ritenuto meno caro e al contempo molto affidabile, ma soprattutto appare in qualche modo agganciato al made in Italy, viene visto come una sorta di marchio d’origine. Detto questo, l’indagine mette ancora una volta in evidenza la modesta cultura digitale delle nostre imprese, in particolar modo, ovviamente, le piccole e micro. Hai voglia a lanciare piani Industria 4.0 e a proporre incentivi all’innovazione, se poi il 33% delle aziende non si affaccia nemmeno al web. Piaccia o no, internet è il motore socio-economico del XXI secolo. È la finestra sul mercato. Anzi, sul mondo. Guai a volerla tenere chiusa».

Non finisce qui. Il punto è che la presenza sul web è necessaria ma non sufficiente. Occorre vedere che cosa si fa o non si fa online. Purtroppo, più ci si inoltra in attività e servizi sofisticati e più le (piccole) imprese italiane mostrano le loro lacune di strategia digitale. Il 91% non effettua alcun servizio di e-commerce. L’86% non fa marketing e comunicazione online, mentre chi in questo campo si dichiara attivo, si limita prevalentemente a curare la presenza sui social e a cercare di migliorare il proprio posizionamento su Google. Ciliegina sulla torta, il 79% degli intervistati non ha mai sentito parlare di Industria 4.0, dato che sale all’84% per quanto riguarda lo IoT, l’Internet of things.

«Il digitale» spiega Giuliano Noci, professore di marketing al Politecnico di Milano, di cui è anche prorettore per la Cina e la Russia «è una componente essenziale e imprescindibile dei rapporti dell’impresa con tutti i suoi stakeholder: fornitori, dipendenti, pubblica amministrazione e, naturalmente, clienti. Questo vale anche per le micro imprese. E senza distinzione fra chi opera btb o btc. Oggi, il piccolo commerciante ha necessità di una narrazione online per ingaggiare e fidelizzare i clienti, così come l’artigiano meccanico che lavora esclusivamente conto terzi deve avere un sito, accattivante e puntualmente aggiornato, per presentarsi ai committenti, vecchi e nuovi, a maggior ragione se si tratta di grossi gruppi». Conclusione: bisogna correre. «Certo» allarga le braccia Noci, noi scontiamo una scarsa cultura tecnologica. Ma un fatto deve essere chiaro: il digitale non è più una scelta, è un obbligo». Meglio continuare a ripeterlo, prima che sia troppo tardi.