I pionieri saranno loro. Quindici “nuovi minatori” si stanno formando con il progetto di ricerca NewMine, nell’ambito di Horizon 2020, grazie a un finanziamento europeo di 3,8 milioni. Il progetto, avviato in autunno sotto la guida dell’università di Lovanio, ha unito le forze di dieci partner da sette Paesi, fra cui anche l’Italia con l’Università di Padova e Italcementi, per sperimentare nuove soluzioni mirate alla crescita di un settore strategico per lo sviluppo dell’economia circolare europea.

Le tecnologie sperimentate nel progetto NewMine puntano allo sfruttamento minerario delle discariche, con la messa a punto di soluzioni nuove per la separazione dei metalli e degli altri materiali adatti al riutilizzo o per la valorizzazione energetica del resto. L’obiettivo è arrivare a trasformare tutto in prodotti nuovi ad alto valore aggiunto, compresi prodotti energetici come idrogeno e materiali per l’edilizia, in modo che non resti niente a sporcare per terra.

L’idea è trasformare il rischio discariche in un’opportunità per l’Europa e per fare questo ci vogliono scienziati, ingegneri ed economisti che si applichino allo sviluppo del landfill mining disegnando nuove tecnologie verdi e nuove politiche regolatorie. Questi ragazzi, usciti dalle università di tutto il continente – fra cui anche l’italiana Giovanna Sauve, dottoranda all’università di Lovanio dopo una laurea in ingegneria energetica al Politecnico di Milano – vogliono fare la differenza. Si tratta di aprire la strada a un modo diverso di trattare le vecchie discariche, sviluppando nuovi sistemi di separazione basati su sensori, nuovi metodi di conversione termochimica basati sul solare e sulle tecnologie al plasma e alternative verdi al cemento tradizionale. Tutte pratiche che dovranno rivoluzionare i vecchi sistemi con cui si trattano le discariche.

Nella stessa direzione va il progetto di ricerca Smart Ground, che ha vinto un finanziamento europeo di 2,5 milioni, sempre nell’ambito di Horizon 2020, per indagare sulla presenza di materie prime seconde sul territorio europeo, un campo molto controverso data la scarsità d’informazioni attendibili che abbiamo a disposizione. Il progetto, che coinvolge quindici partner fra cui anche l’Università di Torino e la Regione Piemonte, ha scelto come punto di partenza tre siti minerari piemontesi e uno lombardo per indagare dove vanno a finire gli scarti di produzione di queste aree.

L’idea è fare un inventario, raccogliendo informazioni quantitative e strutturali sulle materie prime seconde esistenti nelle discariche e individuare punti critici e strozzature che ostacolano l’efficace utilizzo di questi materiali. Ma non solo. L’obiettivo è integrare e armonizzare i dati e le informazioni raccogliendoli in un unico database comunitario, identificare i sistemi per facilitare l’accesso alle informazioni sulle materie prime seconde agli utenti finali e sensibilizzare i responsabili politici e l’opinione pubblica a sostenere la riconoscibilità sociale dello sfruttamento delle discariche per ottenere materie prime seconde.

Un nuovo settore che nasce da zero ha bisogno d’informazioni e di scienziati competenti che sviluppino nuove soluzioni. Sarà un lungo viaggio nel nostro passato sepolto sottoterra.