Ci sono i gruppi di cicloturisti tutti pedalate e Sangiovese. Le famiglie con bambini che, dopo il mare, si rifocillano nelle cantine e negli agriturismi. E ci sono pure i superesperti che vogliono conoscere alla virgola i disciplinari di produzione. Un mondo composito e non necessariamente fatto da grandi bevitori. «Perché noi» spiega Filiberto Mazzanti, direttore del Consorzio vini di Romagna (www.consorziovinidiromagna.it) «non vendiamo bottiglie. Anzi, la commercializzazione è esplicitamente proibita dal nostro statuto. Noi facciamo di più: vendiamo un territorio. Bellissimo, pressoché incontaminato, dove si mescolano arte, natura, buon cibo. E grazie al cielo buon vino».

Perfetto. Se è vero che il turismo in generale e il turismo enogastronomico in modo particolare, oggi, si basano sull’esperienzialità e sulla narrazione, al Consorzio vini di Romagna, sede a Tebano di Faenza, hanno imparato perfettamente a cavalcare l’onda. E lo strumento su cui hanno deciso di puntare non poteva che essere al passo con i tempi: internet, ovviamente. «Che ci proietta nel mondo. Sembra un luogo comune, ma è esattamente così. Ce ne accorgiamo ogni giorno».

Certo, la materia prima è di assoluta qualità. Cinque vini Doc e Docg: Romagna Albana, Romagna (nelle sue cinque articolazioni: Sangiovese, Trebbiano, Albana Spumante, Cagnina e Pagadebit), Colli di Imola e Colli di Faenza. Cui si aggiungono gli Igt e Igp: Rubicone, Sillaro, Forlì, Faenza. Totale: un centinaio di milioni di bottiglie all’anno. Con la Romagna arrivata a produrre oltre il 60 per cento del vino dell’intera regione (ma attenzione, con appena il 30 per cento del territorio), a sua volta balzata al secondo posto dietro al Veneto nella produzione nazionale. «Bene, in questo scenario» sottolinea Mazzanti «noi ci collochiamo come ente di tutela e valorizzazione. Siamo nati nel 1962, ma dal 2012 agiamo erga omnes. In concreto, non rappresentiamo solamente i 116 aderenti al consorzio, ma tutte le 400 e passa aziende della zona».

Il punto è che la tutela e valorizzazione fino a una ventina di anni fa si facevano nelle fiere e nelle piazze fisiche, adesso si fanno nelle fiere online e nella piazza internettiana. «Per cominciare, abbiamo completamente ripensato il nostro sito» continua Mazzanti «introducendo l’inglese, ormai indispensabile, e ospitando blogger che parlano di vino e di filosofia della buona tavola e del buon vivere. La principale novità, però, è stata proprio l’apertura al territorio: cultura, appuntamenti, agriturismi, eccetera eccetera. Difficile pensare a un modo migliore per supportare le vendite». Già: raccontare la storia di un prodotto, spiegare dove e come nasce, accompagnare il visitatore nella tradizione e nei segreti di lavorazione. Ovvero: catturare l’attenzione del potenziale cliente ai cinque continenti, convincerlo dell’unicità di quello che sta acquistando, provare a fidelizzarlo. La declinazione in chiave 4.0 del ruolo di un consorzio. Alla fine sono tutti d’accordo: è un affare.