L’utilizzo delle nanotecnologie è in fortissima espansione, ed è molto più esteso di quando normalmente si creda. L’applicazione delle nanoparticelle (frammenti di materiale dell’ordine dei 1-100 nanometri) riguarda un enorme numero di campi: non solo elettronica e medicina, ma anche materiali da costruzione, vernici, imballaggi, persino cosmetici. Tutto ciò desta più di una preoccupazione in relazione agli effetti sulla salute umana. Di recente la sezione statunitense degli Amici della Terra ha diffuso un rapporto in cui si critica l’ampia e incontrollata diffusione della nanotecnologia anche in campo agroalimentare, chiedendone una più severa regolamentazione.

Di fronte a queste critiche, l’industria sembra reagire non chiudendosi a riccio, ma cercando di diffondere una conoscenza dell’argomento basata su dati effettivi. Veneto Nanotech, l’ente che coordina le aziende del distretto tecnologico veneto hi-tech per le nanotecnologie applicate ai materiali, ha organizzato a Venezia un seminario di formazione dal titolo “Le nanotecnologie per i materiali e gli oggetti a contatto con gli alimenti” in collaborazione con CSQA Certificazioni e CISE, ente per lo sviluppo economico.

Nell’occasione è stata sottolineata la carenza di dati statistici sulla diffusione di prodotti nanotecnologici in campo agroalimentare, e la mancanza di metodi adeguati per verificare la presenza di nanoparticelle nei cibi. Tuttavia Nicola Trevisan, direttore di Veneto Nanotech, sottolinea che “dal punto di vista della protezione dei consumatori in ambito agroalimentare l’Europa è in uno stadio molto avanzato, anche grazie all’entrata in vigore di regolamenti che prescrivono la valutazione della sicurezza di qualunque ingrediente e sostanza a contatto con alimenti, con specifica attenzione per i nanomateriali. Le procedure di autorizzazione partono dal principio precauzionale e richiedono un’analisi di rischio per dimostrare che consumatori e ambiente siano protetti”.

La sicurezza è stata anche uno degli argomenti principali della conferenza sulla ricerca nanotecnologica tenuta di recente da Basf a Ludwigshafen. Il colosso chimico tedesco, che nel 2013 ha investito 1,8 miliardi di euro in ricerca, e che fattura 8 miliardi di euro solo con i prodotti creati negli ultimi cinque anni, ha infatti un fortissimo interesse per la nanotecnologia, che ritiene un potente generatore di innovazione. Per questo motivo Basf ha adottato una duplice strategia. Da un lato incrementare la conoscenza sull’argomento, con più di 150 studi scientifici condotti sulla tossicità dei nanomateriali negli ultimi dieci anni, dall’altro adottare una politica di dialogo con il pubblico per dissipare dubbi e preoccupazioni.

Robert Landsiedel, capo della sezione dei laboratori Basf che studia la tossicità a breve termine, ha spiegato come tutte le ricerche condotte finora non abbiano evidenziato meccanismi di tossicità specifici dei nanomateriali. Di conseguenza, le normative attuali per la sicurezza dei prodotti dovrebbero essere sufficienti anche per le nanotecnologie, purché i test tengano conto del ciclo di vita dei materiali (che potrebbero rilasciare nanoparticelle in seguito a deterioramento) e del loro percorso nel corpo umano (ingresso, accumulo ed effetti biologici). Gli effetti a lungo termine sono però ancora sotto investigazione, data la giovane età del settore.

Carolin Kranz, responsabile per Basf della comunicazione e delle relazioni con i governi per la nanotecnologia, ha invece descritto la strategia di comunicazione aziendale incentrata sul dialogo con associazioni e singoli utenti, svoltosi a partire dal 2008 attraverso incontri regolari, in cui l’azienda tenta di stabilire un clima di fiducia rendendo pubbliche in modo trasparente le informazioni di cui dispone e tentando di dare una risposta alle preoccupazioni espresse. Il concetto di fondo è che nessuna innovazione può essere completamente priva di rischi. Occorre perciò valutare insieme al pubblico quali siano i rischi accettabili, per evitare un muro contro muro che, come è avvenuto in Europa nel caso degli Ogm, potrebbe portare al blocco della ricerca in un settore fondamentale per l’innovazione.