Computer in miniatura progettati per la blockchain al fine di sconfiggere la contraffazione: è questa una delle tecnologie che cambieranno la nostra società nei prossimi cinque anni secondo Ibm. Computer non più grandi di un granello di sale, che saranno “inseriti negli oggetti e negli apparecchi di uso quotidiano”, così come li ha presentati nel suo blog la scorsa settimana Arvind Krishna, capo ricercatore di Ibm.

In un lungo post Krishna ha anticipato quanto è stato poi raccontato a “Think 2018”, l’appuntamento di Las Vegas durante il quale sono presentate le principali novità che stanno per essere realizzate nei laboratori Ibm e dove in particolare sono annunciate le cinque tecnologie che si pensa possano “ridisegnare dalle fondamenta il business e la Società entro i prossimi cinque anni”.

Quest’anno le cinque ricerche presentate sono state la computazione quantistica, l’intelligenza artificiale utilizzata per ridurre gli errori sistematici nelle ricerche scientifiche, una tecnica crittografica capace di resistere ai computer quantistici, dei  robot autonomi di dimensioni microscopiche per monitorare la qualità delle riserve d’acqua terrestre e, appunto, i computer più piccoli di un granello di sale.

Durante il primo giorno di Think 2018 sono state svelate  alcune delle caratteristiche di questi microcomputer: macchine che avranno più potenza di calcolo rispetto a quella posseduta negli anni novanta dai computer x86, che saranno dotate di centinaia di migliaia di transistor e che costeranno meno di 10 centesimi ciascuna. Gli studiosi stanno ancora testando i primi prototipi di questi calcolatori, e quindi non è chiaro quando saranno realmente presentati al mercato.

I ricercatori di Ibm hanno tuttavia già offerto anche qualche dettaglio sull’utilizzo che potranno avere queste macchine miniaturizzate: utilizzo legato alla tecnologia delle blockchain, la catena a blocchi che è alla base delle criptovalute come i bitcoin. La blockchain si traduce in un registro pubblico delle transazioni e delle proprietà: registro che una volta scritto e approvato dai nodi dei minatori che costituiscono la rete tra pari  non può più essere cancellato, ma solamente modificato con l’aggiunta di nuovi blocchi da approvare. Le caratteristiche di immutabilità e pubblicità rendono la blockchain il sistema ideale per certificare l’autenticità dei prodotti, garantendone la precisa provenienza e il percorso seguito fino al consumatore finale.

I ricercatori Ibm stanno così studiando la possibilità di utilizzare i microcomputer come sistema anticontraffazione per i beni di lusso o per il cibo, in modo da certificare con assoluta sicurezza l’originalità dei beni.

L’idea di usare la blockchain come sistema anticontraffazione non è nuova. Sono diverse infatti le Ico, le offerte iniziali di valuta, in corso da parte di società che stanno raccogliendo capitali per usare la catena a blocchi come strumento anti falsari. Tra queste vi è ad esempio StopTheFakes, con sede a Praga, che conta di lanciare la sua app anticontraffazione il prossimo aprile. StopTheFakes  ha comunque raccolto fino ad oggi solamente 572 ethereum e 10 bitcoin per un valore di poco superiore a 130.000 dollari distribuendo circa due milioni di token, futuri pegni per la sua criptomoneta che comincerà a essere scambiata sempre ad aprile. Anche la russa Digmus sta sviluppando uno strumento per “separare prodotti originali dai contraffatti”, e conta di lanciare il suo prototipo all’inizio di questa estate. Ed è già invece una criptomoneta scambiata quella realizzata con WaBi: un’applicazione che incentiva i consumatori a scansionare le etichette che certificano l’autenticità dei prodotti. Oggi WaBi, lanciata a dicembre, è scambiata a 0.8 dollari dopo aver superato i 5,5 dollari a gennaio.

Ciò che rende tuttavia  diverso l’approccio di Ibm è che l’utilizzo della blockchain va di pari passo con la realizzazione di un hardware, progettato e disegnato sulla tecnologia a blocchi.

L’idea è che la blockchain da sola non possa assicurare l’autenticità dei prodotti, ma che questa debba essere garantita da una sorta di impronta digitale infalsificabile che crea un legame indissolubile tra il singolo prodotto e quanto asserito dalla blockchain.

Come ha spiegato a Think 2018 Andreas Kind, manager di “Industry Platforms and Blockchain” di Ibm Research, “dobbiamo portare la fiducia nel mondo fisico”, realizzando quelle che Ibm chiama “ancore crittografiche”, ossia sistemi che si attaccano agli oggetti identificandoli per sempre con la tecnologia crittografica propria delle blockchain.

Le ancore digitali potranno essere, ad esempio, inchiostri edibili da stampare sopra le medicine per garantirne l’autenticità o i computer dalle dimensioni di un granello di sale. Questi ultimi, potranno essere inseriti all’interno degli oggetti rimanendone perennemente legati in maniera assolutamente invisibile. L’obiettivo, nelle parole di Kind, è chiaro: “Dimezzare nei prossimi cinque anni il numero dei prodotti contraffatti”. Un obiettivo da perseguire grazie all’alleanza tra l’hardware dei microcomputer e il software delle criptovalute.