A prima vista il consumo della Cina di risorse naturali appare su livelli allarmanti. Sede della seconda economia mondiale e spesso chiamata la fabbrica del mondo, la Cina sta accumulando un deficit di risorse naturali enorme, e la sua crescita rapida dall’inizio del millennio è stata alimentata per lo più dal carbone, economico e sporco. Nel 2014 il paese generò 3,2 miliardi di tonnellate di rifiuti industriali solidi, di cui solo 2 miliardi sono stati riciclati, compostati, inceneriti o riutilizzati.

La buona notizia è che questa e altre statistiche sconfortanti hanno dato una scossa alla Cina. Negli ultimi dieci anni la nazione ha guidato il mondo nel formulare politiche mirate ad abbassare il consumo di risorse e tagliare l’inquinamento dell’aria, chiudendo i cerchi industriali e trasformando gli output di un produttore in input per un altro, creando così un’ «economia circolare». Un altro impegno di alto profilo è il tredicesimo Piano quinquennale. Durante un discorso fatto al Congresso Nazionale del Popolo Cinese il 5 marzo 2016 il premier cinese Li Keqiang dichiarò che il Piano avrebbe fornito una guida per implementare lo « sviluppo verde » e allinearlo con la crescita economica. «Perseguire una crescita green significa ridurre l’intensità dell’energia e delle risorse, oltre a rallentare le emissioni di inquinanti derivanti dalla crescita economica e l’urbanizzazione », disse Li.

In quanto firmatario dell’Accordo sul clima di Parigi, la Cina ha garantito che le sue emissioni di anidride carbonica raggiungeranno il livello massimo (per poi cominciare a calare) entro il 2030. Gli sforzi attuali si sono rivelati promettenti e il paese è sulla buona strada per superare gli obiettivi climatici. Ma la Cina sa che deve fare di più. Infatti ha bisogno di un modello totalmente nuovo di sviluppo industriale che contiene un risparmio energetico ed emissioni carboniche basse.

I “parchi eco-industriali” che stanno sorgendo in tutta la Cina sono stati progettati proprio per quello. I parchi eco-industriali sono zone industriali che abbassano l’inquinamento ambientale e conservano risorse quando le aziende residenti usano i sottoprodotti a vicenda e condividono le risorse. Il primo e più famoso esempio è quello di Kalondburg in Danimarca. Avviato nel 1959 e composto da nove imprese private e pubbliche, è stato il pioniere della “simbiosi industriale” negli anni 70, attirando l’interesse di tutto il mondo. Emulare questo modello è stato di particolare interesse per i cinesi, dato che più del 50% delle attività produttive del paese si svolgono in parchi industriali o zone di produzione. La collaborazione e le abitudini di consumo circolare facilitate all’interno di questi parchi ha già contribuito ad un declino nell’uso delle risorse naturali: il consumo cinese di carbone è calato del 6 % quest’anno.

Il più grosso tra i parchi eco-industriali cinesi è la distesa del Suzhou Industrial Park (Sip), frutto di un progetto bilaterale tra Singapore e la Cina. Ubicato a 100 km a nordovest di Shanghai, è stato fondato nel 1994, si estende su 8.000 ettari (con 20.000 disponibili per ulteriore espansione) e ospita oltre 25mila aziende. Come i danesi quasi mezzo secolo fa, le aziende nel SIP hanno trovato modalità innovative per utilizzare come materie prime gli scarti di produzione o i sottoprodotti delle altre, contribuendo così a un’economia circolare altamente efficiente e low-cost. La scala di questi sforzi però sovrasta di gran lunga le operazioni di Kalundborg.

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Basta fare una passeggiata nel Sip per incontrare numerosi esempi di aziende che si riciclano i rifiuti a vicenda. Un progetto concreto è quello per il trattamento dei Fanghi del Suzhou Industrial Park: iniziato due anni fa, unisce centrali elettriche di fanghi, discarichi fognari e di cogenerazione (sono tutti adiacenti). Con un investimento di 216 milioni di yuan (33 milioni di dollari), il progetto ha durata quinquennale. Presumendo lo smaltimento di 108.000 tonnellate di fanghi umidi, produrrà una riduzione stimata delle emissioni di anidride carbonica di 31.000 tonnellate l’anno. L’uso del residuo come fonte di carburante ridurrà il consumo di carbone in Sip di 17.000 tonnellate e l’incorporazione delle ceneri di calce rimanenti come materiale di costruzione eliminerà 10.000 tonnellate di rifiuti solidi dal parco eco-industriale.

Malgrado questo e altri progetti impressionanti, Sip ha dovuto affrontare non poche sfide. La più grande è il cambio nello schema industriale che vede industrie di basso profilo e a uso intensivo di lavoro, come la produzione elettrica, scansate da industrie internazionali di alta tecnologia e servizi, come nanotecnologia e finanza. Gli analisti però sostengono che dovrebbe esserci spazio sia per le piccole aziende che per le grandi, altrimenti i prezzi alti potrebbero cacciare i locali dalla zona e il costo della vita salirebbe alle stelle. Mettendo da parte questo tipo di problemi, Sip offre una visione del futuro alla quale ambisce la Cina – dove lo sviluppo sostenibile e l’economia circolare promuoveranno l’investimento, daranno ai prodotti e alle tecnologie cinesi un margine competitivo e aiuteranno il paese a dare una seria ripulita alla sua immagine.

(Testo di Dou Shicong)