«L’adiacente possibile? Forse è la persona accanto a te»: Ilan Chabay è il responsabile dei progetti di ricerca dell’Institute for Advanced Sustainability Studies di Potsdam, in Germania. Per lavoro, identifica le condizioni spazio-temporali in cui si verificano o falliscono i cambiamenti del comportamento collettivo: le condizioni a contorno dello sviluppo sostenibile. Parola abusata, la sostenibilità tiene conto delle risorse e delle condizioni dei contesti a cui si riferisce, sia a livello globale che locale, per non comprometterne il futuro. Ma il cambiamento è uguale per tutti?

«Non esiste un solo modello di sostenibilità, esistono problemi diversi in contesti diversi – spiega Chabay -. Gli obiettivi dell’Onu delimitano i confini della questione globale, ma poi ci vogliono soluzioni pratiche e specifiche che possono essere fornite solo portando le comunità e i loro saperi informali all’interno del dibattito». Un esempio: per capire e descrivere il fenomeno dello scioglimento del permafrost, ovvero delle terre ghiacciate vicino al Polo, è utile contattare scienziati e architetti, ma anche i pescatori dei diversi paesi che sanno informare sui movimenti dei banchi di pesci: «Non possiamo predire con esattezza il futuro, ma possiamo raccogliere e far dialogare una serie di persone titolari di risorse e diritti per comprendere il contesto locale, e portarle a formulare modelli che costituiscano una base migliore per le decisioni» aggiunge il chimico.

Negli anni Sessanta, proprio un Nobel per la chimica, Ilya Prigogine, individuò le strutture dissipative: forme di auto-organizzazione che emergono a particolari condizioni nei sistemi lontani dall’equilibrio termodinamico e che costituiscono una configurazione più funzionale rispetto ai bisogni, emersi dagli scambi di materia ed energia con l’ambiente circostante. Scambi più frequenti al margine, alla frontiera del sistema: è nelle regioni periferiche che nascono e si stabilizzano nuove forme di risposta agli stimoli esterni. A seconda se la regione superi o meno un valore soglia, la fluttuazione “nuova” regredirà o si diffonderà nell’intero sistema, cambiandolo. Il tipo di struttura dissipativa, con il relativo “ordine per fluttuazione”, dipende criticamente dalle condizioni in cui si è formata: non è possibile cioè tralasciare tutta la storia del contesto. «I comportamenti individuali cambiano molto lentamente a livello globale ma non in quello locale» assicura Chabay, che non nasconde di voler agire da catalizzatore del cambiamento. Per questo, ha aderito al progetto Kreyon, che, finanziato dalla John Templeton Foundation e organizzato dall’università “La Sapienza” di Roma in collaborazione con la Fondazione ISI di Torino e il Complexity Science Hub di Vienna, negli ultimi tre anni ha teorizzato e verificato un modello teorico-statistico utile a descrivere le dinamiche dell’innovazione e quindi della creatività, a partire dalle intuizioni del biologo Stuart Kauffman. Dieci anni dopo Prigogine, Kauffman si è infatti dedicato ai sistemi auto-catalitici: anche qui, a particolari condizioni, dentro il sistema-molecola, il prodotto di una reazione chimica agisce da catalizzatore, quindi la velocizza, in un effetto a catena irreversibile di trasformazione. Da questi studi, Kauffman ha formulato il concetto di “possibile adiacente”: uno spazio di possibilità da esplorare, che emerge a partire da eventi concreti, situati nei contesti di riferimento e che può crescere per modifiche incrementali e riconfigurazioni dell’esistente.

Chabay cita il caso di Benigno Beltran, missionario cattolico che dal 1978 opera tra le smokey mountains di Manila: in una delle discariche fumanti più grandi al mondo, ha trovato 25mila persone che sopravvivevano scavandoci dentro. Le ha organizzate in comunità cristiane di base, che hanno lottato per un’altra via di sviluppo: nel 1987 ha istituito un centro di educazione informale con programmi digitali di alfabetizzazione per tecnici informatici; nel 1992 una cooperativa e un centro di recupero dei rifiuti, con venti dipendenti, cinque camion, due bioreattori capaci di trasformare ogni giorno trenta tonnellate di rifiuti biodegradabili in fertilizzante organico e quattro tonnellate di rifiuti alimentari in fertilizzante liquido; nello stesso anno una compagnia di danza per bambini e ragazzi dai 7 ai 19 anni che attraverso il ballo ha insegnato lo studio, l’igiene e le abilità comunicative dello stare insieme. Nel 1995 la discarica ha chiuso e le famiglie sono state trasferite in unità abitative transitorie, dal 2003, tremila di queste hanno una casa permanente. Nel 2008, è stata la volta dell’e-commerce diretto tra abitanti e agricoltori e pescatori biologici nelle vicinanze. Le diverse attività sono state raccolte dal 2012 nel network Philippine Sustainability Challenge. Un passo alla volta, esplorando l’adiacente possibile.