Progettare significa dare una dimora ai nostri pensieri, tradurli in forme riconoscibili in modo tale da affidarli alla comprensione degli altri. Ma chi sono gli “altri” in grado di comprendere i pensieri più profondi, ma anche contraddittori, di noi progettisti, ovvero di coloro i quali, per vocazione professionale o anche per i casi della vita, sono chiamati a disegnare gli spazi, gli oggetti, gli strumenti con i quali agiamo nella società? Certamente parliamo della nostre case, ma le nostre case sono anche l’estensione dello spazio, naturale e artificiale, che abbiamo intorno, città, paesaggi, percorsi; insomma tutta la nostra esistenza vive sospesa in un precario equilibrio, tra tensioni individuali e necessità collettive, tra dimensione utopica e razionalità e regole universali. E’ un vecchio problema che ha sempre occupato le migliori menti, non solo gli architetti e i designer; basti pensare al testamento filosofico di Platone, la famosa “Settima Lettera”, nella quale, riflettendo su tutte le sconfitte storiche che ha dovuto subire nella sua vita di “consulente progettuale” del potere politico, il vecchio filosofo rivede in modo profondo la sua teoria, fondata sulla contrapposizione tra “idea” e “mondo reale”, individuando in una sorta di riformismo e di adattamento dell’utopia alla realtà, la possibilità di agire concretamente nella vita collettiva degli uomini, fino ad affermare che la ruota di un maniscalco qualunque contiene, comunque, l’idea del “cerchio perfetto”.
Ecco, da qui forse è necessario sviluppare le nostre riflessioni intorno ai limiti del pensiero progettuale, rispetto al fatto che siamo costretti a vivere all’interno di spazi, a utilizzare oggetti e strumenti, da altri pensati e disegnati: è necessario farne una ragione e quindi individuare una sorta di riformismo esistenziale, capace di farci vivere, magari parzialmente, ”felici e contenti”, oppure mantenere un atteggiamento di ascolto passivo, cercando di resistere, da un lato, e dall’altro, agendo negli interstizi del mondo, là dove forse è ancora possibile vivere spazi ed esistenze che sono l’estensione della mente di ciascuno di noi?
La cultura del movimento moderno opera, da sempre, all’interno di questo conflitto; anche alcune reazioni rispetto alle norme e alle regole che via via il moderno ha individuato e, in un certo senso, trasformato in una serie di modelli “metastorici”,(basti pensare al “postmoderno”),forse fanno parte di una progettualità “totalizzante” che consente la trasgressione e quindi la testimonianza irriducibile dell’esperienza individuale, comunque all’interno di un controllo più ampio, nel quale i limiti alla libertà espressiva non sono visibili, anche se presenti materialmente, quando si desidera passare dall’idea alla realtà.
Si torna sempre al vecchio Platone, ma se vogliamo arrivare più vicini a noi, è sufficiente rileggere alcuni famosi testi della Scuola di Francoforte, in particolare “Dialettica dell’illuminismo” di Theodor Adorno e Max Horkheimer (1947), e soprattutto di Herbert Marcuse, ”Eros e civiltà” (1955), e “L’uomo a una dimensione” (1964). Adorno e Horkheimer in particolare, partendo dall’evoluzione del pensiero illuministico, al centro del quale fondamentale è il ruolo della ragione, affermano che nella società contemporanea, la progettualità si è risolta nel suo opposto: la razionalità non è più sinonimo di libertà individuale, ma rappresenta concretamente il potere tecnocratico della scienza e dell’economia, in modo tale che l’allegoria di Ulisse che, al canto delle sirene, si fa legare all’albero maestro, così può sentire il richiamo della felicità e del sublime piacere, ma non può approfittarne perché la razionalità glielo impedisce”, rappresenta il nostro stato attuale, ovvero non esiste mai coincidenza tra lo spazio che abitiamo e il nostro desiderio, ciò che vorremmo “abitare”, per essere felici.
Per superare questa insanabile contraddizione, è necessario cambiare punto di vista, ovvero inserire elementi di “riformismo quotidiano”, all’interno delle attività progettuali; già Marcuse, (forse ora sarebbe il caso di rileggerlo alla luce di alcune tendenze del design e dell’architettura contemporanea), intravvedeva alcune possibilità di cambiamento, rispetto alla condizione generale di una democrazia tecnocratica che impone a tutti gli stessi modelli di comportamento, individuando “negli emarginati, nei reietti, nei perseguitati, ovvero in coloro i quali non sono ancora stati fagocitati dalla società” non tanto la soluzione della felicità individuale, quanto un’espressione, pur marginale, di libertà, dialogando con la quale forse è possibile intravvedere un altro percorso progettuale. Certamente siamo all’interno di una sorta di corto circuito, soprattutto quando ci trasferiamo dall’ambito delle riflessioni filosofiche alla pratica del progettare, produrre e consumare, dove la dimensione economica, da un lato, e la necessità, comunque, di un ordine e di regole da rispettare, dall’altro lato, impongono a tutti i progettisti, anche i più utopici, il rispetto di alcune norme, che non sempre sono espressioni della “nostra mente”. Ma è proprio negli indizi di alcune esperienze, negli interstizi della società dove alloggia, molto spesso, il futuro. Bisogna saperli leggere, senza fughe in avanti né rifiuti a priori perché non allineati con la dimensione attuale della progettazione e della produzione; Walter Benjamin scriveva che “è solo merito dei disperati che ci è data una speranza”. Siamo tutti un po’ disperati quando non troviamo una “casa”, ma anche un semplice strumento e prodotto, adatti ai nostri desideri; non per questo disperiamo di trovarla, ricercando al di fuori del nostro “giardino” ciò che non troviamo accanto noi. Il pensiero e la mente sono più forti di qualsiasi realtà.