L’innovazione digitale non ha investito con la stessa velocità tutti i settori. Se nel mondo consumer si è fatta strada a un ritmo vertiginoso, non si può dire lo stesso del settore enterprise e industriale dove, per ragioni storiche e tecniche, i cambiamenti tecnologici e organizzativi richiedono tempi decisamente più lunghi.

Ciononostante il cambiamento sta avendo luogo e inizia a essere visibile anche nel mondo dell’industria con una proliferazione di tecnologie e dispositivi simile alla rivoluzione dei mobile devices nel settore consumer, anche perché in parte dipendente da essa.

Se ne trova conferma in uno dei fattori riconosciuti come abilitanti per l’Industria 4.0, così come espresso dalla X Commissione della Camera dei Deputati: l’implementazione di un “bundle di tecnologie che, grazie ad internet, vengono ad aggregarsi in modo sistemico in nuovi paradigmi produttivi ai quali si connettono innovazioni di natura assai diversa a seconda del settore: di processo, organizzative, di prodotto e di modello di business”.

In parole semplici, lo scenario digitale verso cui si tende è composto da un grande numero di dispositivi e tecnologie, ognuno con caratteristiche diverse e pensato per un differente contesto d’uso, ma tutti integrati in un sistema coerente idealmente accessibile e governabile in maniera univoca. È in questo scenario che potranno avere luogo innovazioni dirompenti che oggi è possibile solo immaginare. Come un applicativo collaborativo per la gestione della produzione industriale, fruibile non solo dai pannelli dei macchinari della linea produttiva ma anche dai dispositivi mobili, con cui potranno interagire e collaborare persone con competenze e specializzazioni differenti al fine di migliorare la qualità della produzione e dell’ambiente lavorativo. L’applicativo potrebbe poi essere integrato con altri sistemi, ad esempio di assistenza clienti da remoto, anch’esso fruibile su più dispositivi e tramite cui offrire servizi on demand. Entrambi gli applicativi, infine, potrebbero far parte di una piattaforma più grande ospitante questi e altri sistemi integrati.

Dal punto di vista progettuale, il passaggio a questo modello è tutt’altro che banale e comporta un cambio di paradigma che oggi investe tutti i designer di interfacce digitali. È l’oggetto della progettazione che cambia, passando da un singolo artefatto circoscritto e vincolato a uno specifico dispositivo a qualcosa di simile a un organismo adattivo, in grado di mutare forma a seconda del contenitore che lo ospita, pur rimanendo sempre coerente a sé stesso.

Il ruolo del designer è quindi oggi quello di progettare non più un oggetto finito, quanto piuttosto un ecosistema modulare, fatto di singoli componenti malleabili e regole per comporli e orchestrarli. Una sorta di codice in grado di dare vita a numerosissime forme differenti ma coerenti – dunque comprensibili, governabili – che, come sempre più spesso viene riconosciuto, è estremamente simile a un linguaggio.11