L’annuncio della ministra Fedeli di uno stanziamento di 400 milioni di € per la ricerca di base è stato accolto con attenzione e favore da tutte le persone di buona volontà che lavorano nelle Università e negli Enti di ricerca e che credono nella ricerca scientifica come missione etica, responsabile e meritocratica alla base del progresso del Paese. Tutti sanno che la crescita del Pil è direttamente correlata con gli investimenti in ricerca di base. Più ricerca significa più sviluppo e più benessere per tutti. In Italia, il ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (Miur) eroga direttamente alle accademie e agli enti di ricerca un fondo annuale per le spese ordinarie e del personale.

Ma forse non tutti sanno che solo una piccola quota di questo fondo può essere impiegata per la ricerca e che i ricercatori devono conquistarsi i propri fondi attraverso bandi competitivi indetti dal Miur (e altri Ministeri) o dalla Commissione europea. Dal momento che molti di questi bandi sono destinati alla ricerca applicata, di fatto solo i cosiddetti programmi Prin (Programmi di ricerca di interesse nazionale) e Firb (Fondi d’investimento per la ricerca di base) permettono di finanziare le nuove idee e la ricerca non orientata (blue sky) che, pur non essendo immediatamente applicabile, genera nel tempo i grandi cambiamenti.

Un’indagine compiuta lo scorso anno da Gruppo2003 per la ricerca scientifica (l’associazione che raccoglie i circa 80 scienziati italiani più citati al mondo in tutte le discipline) ha evidenziato come, a partire dal 2005, il finanziamento Prin si sia progressivamente ridotto fino a scomparire dopo il 2012 (con un solo bando nel 2015 di appena 92 milioni di euro per tutte le discipline), mentre il finanziamento Firb ha avuto un andamento altalenante, con un picco nel 2004 per poi essere di fatto azzerato dopo il 2013.

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Con il bando Prin 2015, sono state finanziate, a seconda della disciplina, non più del 6% delle domande presentate; molti ricercatori si sono visti decurtare il finanziamento richiesto anche dell’80%, senza possibilità di rivedere il loro piano sperimentale.

Con il nuovo bando Prin da 400 milioni, il finanziamento governativo alla ricerca scientifica ritorna ai livelli del 2004 (ancora lontano dalle cifre stanziate da Regno Unito, Germania e Svizzera, ma finalmente comparabile con quanto investito in ricerca di base da altri Paesi come la Francia), riallineando l’Italia alle politiche sul finanziamento della ricerca già adottate negli altri Paesi. Gli altri stati membri hanno infatti da tempo recepito le indicazioni della Commissione europea che, a partire dal 2014, ha chiaramente manifestato l’intento di finanziare solo la ricerca applicata demandando ai singoli governi il finanziamento e la gestione della ricerca di base.

Proprio per questo motivo, mentre in Italia il finanziamento nazionale crollava a zero, gli altri stati membri aumentavano il loro sostegno interno alla ricerca, unico modo per rendere più competitivi i loro ricercatori nel fare rete con i colleghi stranieri e rispondere con successo ai bandi europei. E’ solo così, finanziando le idee interne al Paese, che si permette agli scienziati italiani di generare un ambiente locale fertile al cambiamento e il background di conoscenza necessari per affiliarsi ai grandi gruppi internazionali.

Molto spesso si crede che concentrando le poche risorse disponibili solo sulla cosiddetta ricerca di eccellenza si possano risolvere i problemi legati al sistema ricerca in Italia. Non è così. La ricerca di eccellenza è l’unica ancora finanziata, a livello individuale, dalla Commissione europea (ad esempio, attraverso i bandi Erc), e concentrare le nostre risorse interne esclusivamente sulla ricerca d’eccellenza non cambia la realtà dei pochi gruppi già finanziati dall’Europa e viceversa disperde risorse che potrebbero alimentare la crescita di altri gruppi di valore. E’ necessario ricordare sia ai cittadini che ai legislatori impegnati in questo momento a scrivere il bando Prin (che auspichiamo si rivolga sia alle Università che agli enti di ricerca pubblici) quanto è importante la ricerca diffusa, vale a dire la ricerca di qualità che crea la cultura di base e alimenta la crescita del livello qualitativo globale dei nostri ricercatori.

La ricerca diffusa è necessaria perché in una piramide non è importante solo la punta che svetta in alto ed è visibile da molto lontano, ma anche le fondamenta che la tengono in piedi. Senza ricerca diffusa si estinguerà la didattica di alto livello necessaria a formare i ricercatori del futuro, e in pochi anni gli atenei verranno declassati. In una comunità scientifica globale, sarà proprio dall’analisi del gran numero di dati (Big data) generati dalla ricerca diffusa che verranno le risposte alle grandi sfide economiche e sociali. Non solo le mappe genetiche necessarie a sviluppare le terapie personalizzate della medicina moderna, ma anche mappe geologiche e climatiche accurate per la prevenzione dei terremoti e dei disastri ambientali dovranno derivare proprio da una ricerca di qualità diffusa a tutto il territorio. Molte delle scoperte più importanti sono originate da ricercatori che senza la ricerca diffusa non avrebbero mai potuto lavorare. Trascurare tutto questo significa far uscire il Paese dai protagonisti del futuro.

Il sistema della ricerca italiana non ha vita facile, ma fa bene al cuore notare che la qualità dei nostri atenei rimane alta, nonostante tutto. Se è giusto lamentarsi davanti al fenomeno della fuga dei cervelli, è altrettanto giusto considerare che nessuno li accoglierebbe se non fossero cervelli preparati e competitivi. La ricerca italiana è straordinariamente vivace e l’iniezione di nuovi fondi le permetterà di crescere e forse di offrire ulteriori opportunità ai cervelli che cercano una via di ritorno.