Il 79% delle piccole imprese italiane non ha mai sentito parlare di “industria 4.0”. Stiamo parlando delle imprese con meno di 10 dipendenti intervistate dalla Pragma (vedi l’articolo di apertura in questa pagina). Il 20%, paretiano, sa che cosa significa “industria 4.0”: è il 20% più informato e forse corrisponde al 20% delle imprese che ce la fanno delle quali parla Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria (editore del Sole 24 Ore e Nòva). Boccia aggiunge che è probabile che ci sia invece un 20% di imprese che non ce la fa. E il problema è fare sì che il 60% di mezzo resti agganciato a chi riesce a competere in questa congiuntura difficile e non sia trascinato nel gorgo di quelli che non sopravvivono.

Certo qui  stiamo parlando solo delle micro imprese: ma  poiché sono 4,3 milioni, pesano molto sulla percentuale citata. Ce la può fare, dunque, quel 60%, che in parte non opera online e che in gran parte non sa di “industria 4.0”? E a quali condizioni? Un dato emerge: mentre, dal 2008, la produzione industriale italiana registrava una diminuzione catastrofica, epocale, del 25%, l’industria italiana riusciva a difendere il valore delle esportazioni. In altri termini, il destino dell’economia italiana è sempre più legato alla sua capacità di competere sul mercato mondiale: nel 2007 l’avanzo dell’interscambio manifatturiero italiano era pari al 3,2% del Pil, nel 2015 è arrivato al 6,1% del Pil, osserva il Censis, che aggiunge: «In Italia tra il 2011 e il 2015 il rapporto tra esportazioni di beni e servizi e Pil passa dal 26,3% al 30,4%».

Significa che le imprese competitive non mancano. Ma significa anche che questa è un’area di sviluppo, che può tirare fuori l’economia italiana dalla secca. Anche perché, sebbene rallenti, il Pil globale continua a crescere, mentre quello locale stenta. Ma agganciarsi alla crescita del mercato internazionale, direttamenteo nell’indotto delle imprese che esportano, significa che le imprese italiane devono acquisire un “saper fare” non definito dalla conoscenza personale delle esigenze dei clienti, come ai vecchi tempi, ma da una forma di adozione delle procedure che a livello internazionale costituiscono lo standard per operare.

Tra queste non mancano le procedure che si possono gestire soltanto online. Conoscendo il digitale e partecipando al suo sviluppo inarrestabile. Perché la dimensione internazionale è digitale e la sua traiettoria innovativa non si interpreta comprando un servizio ma imparando a conoscere le tendenze, per anticiparle e dimostrarsi adeguati alla velocità e alla precisione richieste. Non è difficile. Ma bisogna metterci la testa. Così il “.it” può aspirare a diventare un motivo di orgoglio.