Come cambia il lavoro con l’introduzione dei robot nelle fabbriche? E come gli addetti dell’industria possono tenere il passo di una trasformazione che avviene in modo sempre più rapido? Il tema è stato affrontato nel convegno del 12 ottobre scorso organizzato da Siri, l’Associazione italiana di Robotica e Automazione, intitolato “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro… E i robot?”.

Una delle indicazioni che emergono è che l’operaio sta diventando sempre meno legato alla macchina e sempre più impegnato in un compito di supervisione del processo.  Si sta passando, insomma, dall’iperspecializzazione alla necessità di avere invece uno sguardo d’insieme del processo, sia per controllarlo ma anche per contribuire a migliorarlo. Il lavoratore dell’industria 4.0 avrà quindi skill meno tecnici ma una maggiore capacità di analisi, che presuppone anche il possesso di strumenti culturali diversi rispetto a quanto fosse sufficiente anche solo pochi anni fa.

Questo trend non si riscontra solo nelle testimonianze di singole aziende, ma anche nelle riflessioni dei grandi gruppi industriali. “Un’indagine che abbiamo condotto negli stabilimenti di tutto il mondo del gruppo FCA – spiega Marco Bentivogli, sindacalista di Fim Cisl – ha evidenziato come con l’ingresso di processi di lavoro come il WCM (World Class Manufacturing), la trasposizione a livello di gruppo del concetto di produzione Lean, si aumentato molto l’ingaggio cognitivo del lavoratore, che diventa protagonista della trasformazione. Questo valore aggiunto che sta acquisendo l’addetto delle imprese, in termini di conoscenza che diventa strumento utile anche al management, deve essere riconosciuto dalle aziende”. È quella componente umana che il robot non potrà mai rimpiazzare e che sempre di più in futuro sarà necessaria, non soltanto alle aziende ma anche ai lavoratori per non essere sostituiti dalle macchine.

Il problema ora è duplice. Da un lato riqualificare a questa nuova logica del lavoro chi già ne possiede uno. Dall’altro formare le nuove generazioni a un futuro che sarà necessariamente profondamente diverso dal presente. “Abbiamo una notevole quota della forza lavoro – osserva Bentivogli – che non è cresciuta nella logica di riprogrammarsi, di ripensare e di adeguarsi, e che si trova drammaticamente oggi senza alcun tipo di supporto. Un esempio è la formazione, che è fondamentale, ma per la quale investiamo troppo poco in questo paese e che in realtà, con il nostro sistema, è funzionale più ai formatori che ai lavoratori. Oggi tutta la formazione si fa a catalogo, su programmi scelti dai formatori, ma non sulle reali necessità delle aziende e delle persone”.

Una conferma indiretta di questa tesi è lo sforzo che praticamente tutte le imprese attive nel settore della robotica e dell’automazione stanno facendo proprio sul fronte della formazione. Comau ha sviluppato tool per le scuole, finanzia corsi di master di secondo livello al Politecnico di Torino e ha appena lanciato un robot educativo, eDo, pensato anche per la formazione nelle imprese. Kuka, il grande produttore tedesco acquisito di recente dal gruppo cinese Midea, ha aperto nella sua sede di Rivoli, vicino a Torino, un Application Center dove tiene incontri, seminari, corsi sui propri prodotti ma anche sulle tecnologie delle aziende partner. Mitsubishi Electric ha inaugurato da poco nella sede di Agrate (MB) una Demo & Training Room dove non solo fa formazione ma ospita anche studenti degli istituti tecnici del territorio nell’ambito di un progetto chiamato “Porte Aperte alla Scuola”. ABB ha attivato una sua “University” per la formazione di ingegneri, manutentori, programmatori e lo stesso fa il colosso Usa Rockwell con la sua Automation University.

Sono solo alcuni esempi di come le imprese si siano rese conto che la trasformazione Industry 4.0 richiede nuove professionalità, impossibili da trovare sul mercato del lavoro, e provvedano quindi a crearsele in casa a sostenere i loro clienti nel processo di formazione del loro personale.

Il problema si pone però per la nostra scuola, che si muove sempre con un’inerzia troppo grande per adeguarsi a trasformazioni sempre più rapide. Un’osservazione emersa dal convegno Siri è come, per assurdo, oggi nell’impresa automatizzata si richieda meno specializzazione e più capacità di analisi e di ragionamento, un trend che va proprio nella direzione opposta intrapresa negli ultimi decenni dalla scuola italiana, che tende a creare percorsi scolastici sempre più focalizzati.

Non mancano però iniziative che paiono positive, come quella della creazione, nel 2010, degli ITS, istituti tecnici superiori che nascono sul territorio per andare incontro alle reali esigenze delle imprese di un distretto produttivo. Si rifanno a un analogo modello tedesco che ha dato ottimi frutti nel creare una categoria di personale tecnico intermedia tra l’ingegnere e l’operaio non specializzato, oggi sempre più richiesta dalle imprese del nostro tessuto manifatturiero.

Sembra, tra l’altro, che le nuove generazioni di studenti che frequentano queste scuole, lontane ormai dall’ideale e dall’abitudine del posto fisso, abbiano molta meno paura dei loro genitori nei confronti dell’automazione industriale. Raffaele Crippa, direttore dell’ITS Lombardia Meccatronica, con sedi a Sesto San Giovanni, Lonato, Bergamo e Lecco, lo ha evidenziando leggendo alcuni temi dell’ultimo esame di maturità, in cui era stata proposta proprio una traccia sul rapporto tra uomini e robot. “Ebbene – ha fatto notare il docente – la quasi totalità dei commenti non evidenzia particolari paure per il futuro, ma l’opportunità di migliorare il lavoro attraverso i robot e l’automazione. Quello che dobbiamo fare noi è formare i ragazzi a imparare. Perché non sarà più come un tempo, quando finita la scuola si iniziava a lavorare e si smetteva di studiare. In futuro anche gli addetti dell’industria non dovranno smettere mai di studiare e di aggiornarsi”.