Lei ha meno di vent’anni. Tecnicamente è stata definita come una “drop out”, una fuoriuscita, “caduta fuori” dal percorso di istruzione tradizionale: se la scuola è un vaso che trattiene, contiene, lei è la goccia traboccata giù. Ma non è la sola: sono milioni i ragazzi italiani tra i 18 e i 24 anni che, negli ultimi quindici, non hanno portato a termine la scuola secondaria di secondo grado. Il 14%, secondo i dati Miur 2017. “Quelli come lei”, spesso, semplicemente, scompaiono, senza firmare in segreteria il modulo di rinuncia ufficiale con entrambi i genitori.

«La dispersione deve essere calcolata sommando agli abbandoni formali anche ripetenze e non frequenze. Oggi un dirigente scolastico può re-iscrivere uno studente che per mesi non si è visto all’anno successivo, nella stessa classe, senza consultare lui o la famiglia. Le ripetenze, inoltre, aumentano di sei volte il rischio abbandono» afferma Federico Batini, docente di Pedagogia sperimentale all’università di Perugia. Di acronimo in acronimo, gli Elet (early leaving from education and training) che abbandonano diventano Neet, ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano: in Italia, il 24,3%, più di due milioni, quasi uno su quattro, secondo il rapporto Istat 2017. Oltre i dati, ci sono le storie di difficoltà, di disagi che si sommano, di “Lì dentro non ci torno più” e “Tanto è tutto inutile”. Un piano inclinato, fragile e scivoloso, in cui le fasi non sono necessariamente consequenziali ma possibili: lei aveva cominciato a cercare sostanze stupefacenti, diventandone dipendente, altri abusano di alcol o cominciano a distruggere se stessi o quello che sta loro intorno: tutto e qualsiasi cosa, pur di non continuare a fissare l’asticella senza provare a saltare, pur di non ripetere lo stesso film vissuto mila volte. Ogni direzione si assomiglia, quando perdi l’orientamento e non sai più, o ancora, chi sei, cosa vuoi, perché lo fai.

Definito come “un’azione globale in grado di attivare e facilitare il processo di conoscenza del soggetto”, l’orientamento, a scuola ma non solo, dovrebbe aiutare a saper scegliere, progettare, adottare strategie, essere consapevoli delle proprie competenze e capacità e saperle adattare ai contesti: spesso invece si riduce a test su “predisposizioni” in momenti specifici come la scelta universitaria sulla base del rendimento scolastico. «Al contrario, l’orientamento formativo non accompagna nel momento di una scelta specifica ma aiuta a costruire una “cassetta degli attrezzi” a cui attingere per tutta la vita» sottolinea Batini. L’antico adagio attribuito a Confucio – “Se qualcuno ha fame non dargli del pesce ma insegnagli a pescare” – diventa una necessità anche economica in un’epoca in cui la maggior parte dei bambini che oggi frequentano la scuola elementare farà lavori che ancora non esistono.

L’unico metodo strutturato di orientamento formativo nato in Italia è quello narrativo, che dal 1999 usa le storie come stimolo per facilitare i processi di costruzione di identità e lo sviluppo di competenze, non soltanto in chiave autobiografica ma supportando l’immaginazione e l’abitudine a costruire ipotesi per il futuro, assumendo nuovi punti di vista, allenando l’interpretazione e condividendo i significati. «Lo schema tipico di una lezione è: lettura ad alta voce, svolgimento di un’attività correlata, spesso attraverso la scrittura autobiografica e metaforica, socializzazione» spiega Batini, fondatore del metodo che integra, nella valutazione, l’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di comprensione di se stessi e degli altri, l’adattamento ai cambiamenti richiesti dall’ambiente e la gestione delle emozioni. Le evidenze dimostrano che l’approccio funziona in qualunque scuola di ogni ordine e grado, in affiancamento agli insegnanti, ma anche in contesti extrascolastici per formatori.

Tra il 2015 e il 2017 è stato inserito nel progetto “No Out”, finanziato dalla fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, che ha coinvolto sei istituti scolastici e quattro agenzie formative della Toscana, oltre mille insegnanti, 500 studenti e relative famiglie, nonché 150 “dropout”, tra cui lei, che esiste davvero. «Il primo passo è stato quantificare la dispersione vera, il dimensionamento reale del fenomeno, sempre difficile visto che l’Anagrafe Nazionale dello Studente funziona solo in parte – racconta Batini -. Poi siamo passati all’analisi multifattoriale delle diverse cause che favoriscono la dispersione, in primis il reddito e la storia familiare, sui contesti specifici; infine abbiamo costruito un percorso di 70 ore di intervento in affiancamento  agli insegnanti, 50 con didattiche attive per il recupero delle competenze linguistiche e matematiche; 10 di orientamento narrativo, 10 di lettura ad alta voce».

Compiti concreti come costruire un ricettario di classe o progettare un trasloco si sono alternati al racconto e l’ascolto delle proprie esperienze, più o meno esplicite: le capacità cognitive, calcolate con gruppo di controllo, sono cresciute in modo statisticamente significativo in tutte le scuole. Il percorso per i ragazzi drop-out ha previsto anche una qualifica professionale: oltre il 50% di loro (80 studenti del primo anno e 100 del secondo) è riuscito ad inserirsi nel mondo del lavoro sei mesi dopo la conclusione del progetto, diventati a 12 mesi l’80% del primo ciclo. Lei, in parallelo, ha deciso di assumersi un impegno in più e spezzare la catena, cominciando un percorso per la disintossicazione: tre mesi dopo la conclusione del progetto, e ancora adesso, lavora come parrucchiera, nel settore che ha scelto. Oltre i dati, le storie, che riaccendono la luce.