Non bastano  i manuali di diritto societario per fare nuove imprese ibride. Non solo perché si tratta di organizzazioni che sfidano le suddivisioni classiche – tra pubblico e privato, tra lucrativo e non lucrativo, tra individuale e collettivo – intorno alle quali sono stati costruiti assetti di governance e modelli di gestione che riempiono i toolkit manageriali. Ma soprattutto perché occorre comprendere la direzione e la portata di quelli che  leggiamo come vettori di cambiamento profondo a livello economico e sociale e che si apprestano a definire la nuova architettura della nostra società. Driver che diventano pilastri: come le persone escluse dal mercato del lavoro e dal welfare che nel giro di pochi anni definiscono, loro malgrado, una componente strutturale e in alcuni contesti maggioritaria della società. Oppure come il crescente numero di immobili abbandonati e sottoutilizzati che tratteggiano lo skyline dei paesaggi urbani e delle aree interne, antenne non solo del degrado ma del fallimento di modelli di sviluppo, sia pubblici che privati. E ancora come un tessuto imprenditoriale che da una parte perde preziosi asset in settori chiave e si ripropone in altri ambiti come i servizi di terziario sociale, facendo però ancora fatica a generare risultati  in termini di innovazione, di produzione di ricchezza e, non da ultimo, di mobilità sociale.
Sono queste alcune delle sfide sociali che richiedono di elaborare nuove risposte nell’alveo dell’innovazione sociale. Risposte che scaturiscono non solo da strategie e azioni di change making nell’ambito delle istituzioni, ma piuttosto dal consolidamento e dalla diffusione di nuovi modelli ibridi d’impresa. A prima vista si tratta di un manipolo di organizzazioni, in buona parte in fase di avvio e quindi non ancora in grado di generare impatti rilevanti. In realtà, esperienze come le startup a vocazione sociale, le imprese sociali di capitali, le cooperative di comunità e le più recenti imprese benefit poggiano su più consistenti “popolazioni organizzative” che operano da tempo con l’intento di definire nuove catene di produzione del valore dove sociale ed economico sono reciprocamente condizione necessaria di efficacia. Ecco quindi imprese ibride che nascono grazie ad amministrazioni locali che si pongono il problema di come riconoscere e rigenerare i propri “beni comuni”; che si sviluppano come articolazioni   di filiere di Pmi che lavorano su economie coesive legate ad asset espressione del made in italy; che si moltiplicano tra organizzazioni nonprofit che individuano nello scambio di mercato una modalità non residuale per perseguire la loro missione public benefit.

Il fare, l’associarsi, il partecipare, il condividere, il proteggere si esercitano in modo sempre più diffuso attraverso matrici nuove che ridefiniscono mezzi e fini dell’azione in senso più cooperativo. In questa prospettiva i nuovi attori ibridi rispondono allestendo community hub, dove si processano in senso imprenditoriale le sfide che la società del rischio propone. Il welfare per una società degli esclusi si realizza incrociando le piattaforme di sharing economy non solo per essere più sostenibile, ma soprattutto per favorire l’empowerment dei beneficiari. L’accompagnamento all’imprenditoria avviene non solo attraverso l’erogazione di “servizi reali” ma gestendo in senso mutualistico gli spazi di coworking; la rigenerazione dell’abbandono costituisce ormai una nuova asset class di infrastrutture sociali per la coesione, l’accoglienza, l’educazione.
L’ampiezza dei mutamenti in atto e i divari rilevati nella capacità di risposta lasciano intravedere una soluzione che non si limita a riposizionare il pendolo tra Stato e mercato o a rinforzare l’effetto cuscinetto esercitato dalla “società civile organizzata”. Le imprese ibride si sviluppano nei “sotterranei” delle istituzioni tradizionali, ma assumono un peso sempre più rilevante perché possono contare su ecosistemi vocati all’innovazione sempre meglio distribuiti lungo i principali divide della nostra epoca: tra nord e sud del Paese, tra innovazioni tecnologiche e sociali, tra risorse donative e finanziarie, tra nuova domanda sociale e riconversione produttiva, ecc. Quel che conta è favorire al massimo le occasioni di fertilizzazione incrociata che non significa replicazione nuda e cruda, ma piuttosto apprendimento e capacità adattativa. Per questo è necessario aggiornare il quadro normativo rendendolo più rispondente alle trasformazioni. La scelta di macro politica prevedeva due opzioni: dar vita a un nuovo aggregato istituzionale dove raccogliere i diversi rivoli di  ibridazione, oppure consolidare i principali contesti generativi senza intaccare gli aggregati tradizionali.

La Riforma del Terzo Settore che, salvo inconvenienti dell’ultima ora, si appresta a essere varata dal Parlamento va in questa ultima direzione. Ha il merito di incorporare alcuni marcatori dell’ibridazione (la parziale remunerazione degli utili, l’apertura dei settori e della governance) e di consolidare un importante bacino di imprenditoria sociale – il non profit – ma forse ha meno appeal su altre fenomenologie che però potranno trovare forme di regolazione nel quadro delle startup e Pmi innovative o delle già citate società benefit. È in ogni caso un avanzamento  pensato per innescare quell’impreditorialità orientata all’impatto sociale che sta emergendo nella terra di mezzo fra profit e non profit.