Il 5G costringerà gli operatori mobili a investire miliardi di euro nei prossimi anni, dietro la promessa di aprire loro un mondo. Di servizi, contenuti, mercati verticali. Di più: è la promessa di restituire agli operatori un ruolo di primo piano sullo scenario tecnologico, come abilitatori primari di innovazione. Ruolo che si sono visti soffiare, già da molti anni, dagli over the top. È quanto conferma a Nova24 Antonio Nicita, commissario Agcom (Autorità garante delle comunicazioni): «Attraverso la fornitura di servizi di rete sempre più complessi e dinamici, grazie alle reti di quinta generazione, l’operatore riuscirà a recuperare dei vantaggi competitivi nei confronti di altri attori della filiera, come gli Ott, riducendo il rischio di essere considerato solo una bit pipe (un tubo di bit, ndr)».

Il tutto richiederà almeno tre anni per esplicarsi e, appunto, miliardi di investimenti. A chiarire questi due fattori, tempi e soldi connessi al 5G, sono le istituzioni europee. La Commissione ha stimato investimenti per 56,6 miliardi di euro in Europa da oggi fino al 2025: in frequenze e vari aspetti relativi alla rete. Secondo una recente ricerca di Sns Research, l’investimento nel mondo sarà invece di 28 miliardi di dollari nel 2025 (quando i dispositivi 5G venduti saranno 520 milioni), in crescita del 70 per cento annuo dal 2019.

Sono molte le frequenze che l’operatore deve aggiudicarsi – almeno 100 MHz secondo l’Itu. Per cogliere i benefici del 5G dovrà investire molto anche in una fitta rete di celle (small cell). Le frequenze più elevate (come i 26 GHz), infatti, sono quelle che consentono di raggiungere le velocità maggiori ma peccano di una limitata capacità di penetrazione. Le antenne relative devono quindi essere molto vicine agli utenti, ergo ce ne devono essere di più, distribuite sul territorio. Non solo: gli operatori dovranno investire anche in intelligenza di computing ai bordi della rete e modificare i propri network con sistemi di virtualizzazione. Tutto questo in pochi anni, anche se – almeno – in modo graduale.

La roadmap, indicata dall’Europa, prevede che la Commissione collaborerà con gli Stati membri e l’industria per stabilire una tempistica comune per il lancio delle prime reti 5G per la fine del 2018. A ciò seguirà il lancio dei servizi commerciali 5G in Europa per la fine del 2020. Saranno promossi trial tecnici a partire dal 2017 – in Italia sono partiti bandi su cinque città a fine marzo – e di tipo pre-commerciale dal 2018. Inoltre la Commissione intende favorire lo sviluppo da parte degli Stati membri per la fine del 2017 di roadmap nazionali 5G all’interno dei piani di sviluppo della larga banda, assicurando che ciascuno Stato identifichi almeno una delle maggiori città per essere “5G enabled” e successivamente preveda che tutte le aree urbane e le principali linee di trasporto abbiano una copertura continua 5G per il 2025.

Il tutto avverrà in parallelo con la definizione del primo standard 5G. Ora siamo in fase di bozza, dell’Itu, secondo cui il 5G deve dare 10-50 Gigabit al secondo, con latenza massima di 1 millisecondo. A questo la Commissione Ue aggiunge che il 5G deve supportare la mobilità con velocità di almeno 500 km/h, una densità di dispositivi connessi pari ad almeno 1 milione per km2, un aumento dell’efficienza energetica con consumi ridotti del 90%; un’affidabilità non inferiore al 99,999%. L’Itu prevede che una prima release-15 Imt “pre-5G” sarà completa per giugno 2018, mentre una successiva Release-16 (il vero 5G) è prevista per la fine del 2019 – inizio del 2020.

Il 2020 è quindi la data ufficiale di avvio, ma l’Europa già prevede che in alcune zone si potrà arrivare fino al 2022, laddove – ed è il caso di certe aree in Italia – non c’è stata ancora razionalizzazione delle frequenze per il 5G. Che secondo la Commissione, sono soprattutto i 3.4-3.8 GHz, i 26 GHz (dove sono disponibili rispettivamente 400 MHz e 3 GHz) e i già noti 700 MHz (ora in mano alle tv), dove però sono disponibili al massimo 96 MHz (e al minimo 60).  A tal proposito, è di pochi giorni fa il grido d’allarme dell’industria, attraverso le associazioni Etno e Gsma: accusano l’Europa e gli Stati di procedere con troppa lentezza alla riforma dello spettro, necessario per un tempestivo avvio delle nuove reti.

“Serve ora che l’ambizione europea sia supportata e prenda corpo nelle scelte legislative – scrive Etno -. In particolare, i legislatori dovrebbero riconoscere l’importanza di una maggiore prevedibilità e chiarezza sulle licenze d’uso come strumenti per incentivare gli investimenti continui nelle reti mobili, l’innovazione e la competitività dei mercati mobili competitivi: elementi decisivi se l’Europa vuole porsi come front-runner del 5G”.

Le due associazioni, nell’occasione, hanno ricordato i benefici stimati dalla stessa Commissione europea: 2,3 milioni di posti di lavoro a regime, 113,1 miliardi di euro per anno. Già 62,5 miliardi di euro nel 2025. Il motivo è che il 5G promette di dare sprone, con servizi innovativi, ai settori dell’automotive, della salute, del trasporto e delle utility.

«Le reti 5G – aggiunge Nicita – dovranno avere caratteristiche specifiche (riduzione della latenza e del consumo delle batterie e maggiore copertura indoor) per poter permettere uno sviluppo adeguato di internet of things e machine-to-machine. Tutto ciò potrà consentire un poderoso sviluppo di una serie di mercati, in particolare quelli verticali (ad esempio industria, automotive, energia, intrattenimento e media), che già fanno uso delle tecnologie di comunicazione mobile o che dallo sviluppo di queste (soprattutto in ottica 5G) trarranno nuove opportunità di innovazione nei servizi».

Una promessa, si diceva. Ma anche una scommessa, con molte incognite. Certi, ad oggi, sono soltanto i grandi investimenti necessari. Eppure è una partita che gli operatori sentono tutti il dovere di giocare.