Immaginiamoci aspirapolveri installati in punti nevralgici della città per ripulire l’aria dall’inquinamento. Fantascienza? No: realtà tecnologica proposta da una società italiana, IsCleanAir, che ha brevettato la soluzione chiamandola Apa. L’acronimo sta per Air pollution abatement e sfrutta il solo utilizzo di processi fisico-meccanici e di acqua per abbattere le polveri sottili.

“Nelle nostre città – racconta Giuseppe Spanto, general manager di IsCleanAir – ci sono milioni di sorgenti di emissione di inquinanti: auto e i mezzi pubblici; cantieri, abitazioni, fabbriche. In questo scenario risulta evidente l’impossibilità di agire su tutti i punti di emissione e quindi la necessità di trovare modi alternativi. Nasce così la strategia di IsCleanAir che si basa sulla creazione di una rete distribuita di assorbitori che possa aspirare aria e, dopo averla depurata per diluizione, rimetterla nell’ambiente circostante”.

Basso consumo energetico, “un sistema Apa dimensionato per servire circa 25-30 metri di raggio di azione – calcola Spanto –   consuma meno di un ferro da stiro”, e nessun ricorso a sostanze additive, ma solo acqua: l’effetto che ne deriva è similare a quello che accade durante un giorno di pioggia “le gocce d’acqua – continua il manager – abbattono le polveri sottili e gli altri inquinanti e dopo aver lavato l’aria vanno a finire nelle condotte”.

Elemento aggiuntivo è l’aspetto di design che si adatterà alle aree cittadine: panchine, pensiline, totem e sistemi pubblicitari, lampioni potranno essere “portatori nascosti di questi aspira-inquinanti “senza aggiungere elementi che potrebbero creare problemi di struttura urbanistica o di sicurezza”.

La presenza in ogni Apa di una trentina di sensori “controllati da hardware e software proprietari – precisa Spanto – oltre a fornire informazioni in tempo reale di tipo ambientale, consente ai sistemi di dialogare con altri device dislocati sul territorio, per esempio oggetti intelligenti utili a controllare o monitorare, in piena sintonia con le ultime strategie dei progetti “Internet delle cose”.

Nel team di ricerca figurano l’Università di Pisa  – Dipartimento Elettronica, Informatica e Telecomunicazioni (per il tramite, soprattutto, dei propri spin – off WiTech e Cubit, società consortile oggi anche partecipata dalla stessa IsTech) oltre al Dipartimento di Scienze Fisiche e Chimiche dell’Università dell’Aquila e il Cetemps (Centro di eccellenza per l’integrazione di tecniche di telerilevamento e modellistica numerica per la previsione di eventi meteorologici severi).

“Nuove collaborazioni sono state avviate con  l’Università della Tuscia (Viterbo) e stiamo programmando dei progetti con l’Università di Trento (a Rovereto è stata aperta anche una filiale presso il Progetto Manifattura, ndr) e il Consiglio Nazionale delle Ricerche”.

Tutto ciò ha permesso di raccogliere “sette anni di attività e oltre quindi sperimentazioni sul campo, di lunga durata e in ambiti complessi dal punto di vista delle caratterizzazioni d’inquinamento dell’aria – afferma il manager che aggiunge -: in particolare, le sperimentazioni più significative sono stati eseguite presso officine meccaniche e di lavorazione vetroresina, presso impianti inceneritori, di biodigestione e trattamento rifiuti e presso impianti di generazione di energia da biomassa”. Siti aeroportuali indoor e outdoor, zone fieristiche e spazi cittadini caratterizzati da intenso traffico veicolare sono altre aree test. Ora è tempo di raccogliere i frutti per questa azienda che non può più essere identificata come una start up. “I decision maker sono sempre più consapevoli che i costi del non fare hanno raggiunto livelli troppo e, per quanto ci riguarda del “clean air” in particolare, vi sono opportunità incommensurabili di rilancio economico, di nuovi servizi sociali, di miglioramento della qualità della vita per i cittadini”. Che la  smart clean air city abbia, dunque, inizio.