Lo scorso autunno la Triennale di Milano ha ospitato la testimonianza di Annie Warburton sul futuro della creatività ai tempi della manifattura 4.0. La presentazione della Warburton, direttore creativo del «Craft Council UK», ovvero l’ente che nel Regno Unito sostiene le attività di artigiani e piccole imprese, non si è limitata a riaffermare la possibilità di affiancare le tecnologie e saper fare della tradizione. Si è spinta più in là. Forte dei risultati di un rapporto di ricerca commissionato a Kpmg dal titolo evocativo «Innovation through Craft», ha messo in evidenza il potenziale di innovazione che deriva dall’incontro di artigianalità e nuove tecnologie. Ha colpito, fra i tanti casi ripresi nella relazione, quello del medico sportivo e della ricamatrice che insieme collaborano alla realizzazione di una maglietta in grado di registrare attraverso sensori diffusi i parametri vitali di un atleta in azione. L’incontro fra due forme di sapere tradizionalmente considerate come incompatibili genera innovazione e qualità nei settori tradizionali così come in quelli più innovativi, nelle piccole così come nelle grandi imprese.

A prima vista, le tesi avanzate dal «Craft Council» risultano ai più fin troppo avanguardiste per il contesto italiano. In verità il comprensibile atteggiamento di perplessità verso le tesi del «Craft Council» tende a sottostimare l’importanza di tante sperimentazioni avviate nel corso degli ultimi anni nel nostro paese. I settori che hanno sperimentato l’incontro virtuoso fra tecnologia e saper fare artigiano sono diversi. Attualmente in Italia non è disponibile un rapporto di ricerca comparabile a quello sviluppato da Kpmg, ma alcuni casi meritano attenzione perché emblematici di un nuovo modo di pensare il lavoro e la ricerca. Un primo riferimento è quello del comparto del restauro delle opere d’arte. Isabella Villafranca guida da alcuni anni il dipartimento di restauro di OpenCare, azienda leader nei servizi per la gestione delle opere d’arte. Dovendosi misurare con il restauro di produzioni contemporanee, Villafranca ha dovuto gestire l’integrazione di saperi molto diversi fra loro, dalla chimica alla scienza dei materiali, senza mai perdere di vista il valore della manualità che contraddistingue il mestiere del restauratore. La risoluzione di tanti problemi legati alla manutenzione dell’arte di questo secolo, caratterizzata da tecniche e materiali estremamente eterogenei, rappresenta oggi un patrimonio di conoscenze che può essere esteso a una grande varietà di campi diversi. L’ambito del restauro non è il solo ad aver saputo combinare conoscenze e competenze apparentemente lontane fra loro. La gioielleria presenta casi analoghi. Se oggi il nostro paese è leader nella produzione in alcune tipologie di stampanti 3D è perché ricercatori e piccoli produttori hanno saputo lavorare insieme al miglioramento delle tecniche per la fusione a cera persa innalzando efficienza e qualità di tecnologie che oggi tendono a essere utilizzate in molti altri contesti. Anche nel settore delle cucine professionali destinate alla ristorazione, dove l’Italia conta diverse imprese leader a livello internazionale, l’incontro fra il sapere dei ricercatori più avanzati e l’abilità di cuochi sperimentali ha generato innovazioni che gradualmente stanno trasformando le abitudini delle famiglie. Si pensi ad esempio alla diffusione della cottura sottovuoto a bassa temperatura che oggi trova spazio crescente anche nelle cucine dei privati.

Se l’incontro fra saper fare di matrice artigianale e ricerca tecnologica produce risultati di rilievo, il problema è capire in che modo questo incontro può essere favorito e moltiplicato. La risposta richiede di riflettere prima di tutto sui contenitori all’interno dei quali questi percorsi hanno effettivamente preso forma nel nostro paese. In questi anni diversi Fab Lab e Makerspace hanno avuto il merito di declinare nel contesto italiano una formula che ha conosciuto rapida diffusione a scala internazionale. I più dinamici fra loro hanno dimostrato di saper coniugare in modo efficace le tecnologie della manifattura digitale con il potenziale delle imprese del territorio di riferimento. Il PoPlab di Rovigo, ad esempio, ha sviluppato insieme alla storica fornace Terreal SanMarco un progetto di innovazione sui mattoni per il rivestimento di facciate combinando la stampa 3D e la cottura artigianale dei laterizi. Il risultato è un rinnovamento dell’estetica del prodotto e un miglioramento dell’efficienza termica delle abitazioni. Non mancano sperimentazioni di successo all’interno delle università più aperte al cambiamento: Polifactory, laboratorio sperimentale del Politecnico di Milano, ha collaborato con Prologo, piccola impresa della provincia di Monza specializzata nella produzione di equipaggiamento per ciclisti, sviluppando una nuova linea di selle su misura destinate alle e-bike. In questi come in altri casi ciò che emerge è l’importanza di sviluppare metodi di gestione dell’innovazione che consentano di valorizzare culture e sensibilità diverse. Si tratta di un tema cruciale per la valorizzazione di saperi apparentemente distanti fra loro. PoPlab così come Polifactory hanno avviato percorsi di innovazione fondati sui principi del design thinking, un metodo di lavoro che ha il merito di includere il punto di vista dell’utilizzatore finale e che funge da federatore di competenze che vengono da mondi diversi.

I contenitori e le metodologie che hanno saputo promuovere lo sviluppo di nuove tecnologie all’interno del tessuto manifatturiero del paese testimoniano il potenziale di innovazione che è possibile sviluppare a partire da competenze e tecniche il cui valore è stato spesso sottostimato. Se è vero che il nostro paese vuole acquisire una leadership nell’ambito dell’innovazione 4.0, promuovere cantieri che diano qualità e impulso a questi ambiti di sperimentazione arricchirà in maniera significativa il percorso impostato in questi mesi grazie alla messa a regime di Innovation Hub e Competence Center.