Fra le raccomandazioni di organismi internazionali come l’Ocse, l’Onu e l’Unesco, quelle relative al ruolo giocato dagli educatori nel XXI secolo sono sempre più numerose e pressanti. La difficile congiuntura di molti Paesi, le sfide del mondo globale, sempre più tecnologico e pervaso da saperi via via più interconnessi, fanno sì che il mondo dell’istruzione venga riconosciuto come centrale per la formazione delle giovani generazioni e dunque per il futuro del mondo. I docenti vengono dunque visti come i professionisti del sapere, come coloro in grado da un lato di trasmettere conoscenze derivanti dal passato e dall’altro di forgiare competenze per il futuro. Un compito acrobatico, che in molti Paesi vede porre gli insegnanti molto in alto nella scala delle professioni più considerate, più ambite, meglio remunerate, più incoraggiate e aiutate ad un continuo aggiornamento di conoscenze, abilità, metodi.

Nella maggior parte dei Paesi che hanno partecipato all’ultimo studio Pisa 2015, appena pubblicato, forte accento viene perciò comprensibilmente posto sui percorsi formativi alla professione di docente e sui programmi di formazione continua, che consentono agli insegnanti di tenersi al passo con i più nuovi sviluppi. Il rapporto Pisa 2015 mette in risalto anche allo stesso tempo la necessità di messa a punto di sistemi di valutazione dell’operato di docenti e presidi, per fornire regolarmente correttivi e proposte di miglioramento della didattica nel corso della carriera scolastica.

Tre momenti quindi egualmente costitutivi di una professionalità in continuo divenire e ineludibili per creare e mantenere sistemi di istruzione solidi ed efficienti: formazione di base, formazione continua, valutazione dell’attività quotidiana sul campo.

L’Italia è da decenni in controtendenza con quanto sopra: la categoria dei docenti italiani gode a tutt’oggi di uno status sociale basso, è sottopagata, poco o per nulla incentivata a migliorare, presa a tenaglia tra i tartassamenti spesso kafkiani finora periodicamente scodellati dal suo datore di lavoro e le richieste di eccellenza e di totale responsabilità di ogni successo e fallimento degli studenti, formulate da genitori e società, e dunque demoralizzata, nonostante una carica di idealismo spesso fuori del comune.

Alcune recenti iniziative del governo hanno suggerito un cambio di passo, che il prossimo futuro giudicherà in termini di approppriatezza ed efficacia. Ma al di là di incongruenze nella concezione di progetti e provvedimenti, e di cronici ritardi nell’implementazione di annunci e disposizioni, alcuni segnali fanno pensare alla volontà di una considerazione un poco più rispettosa della categoria dei docenti da parte della politica e di un maggiore aggancio dell’Italia al contesto internazionale.

Eloquente è stata in questo senso la partecipazione in prima persona di operatori di spicco del settore alla recente presentazione del ‘Piano Nazionale per la formazione dei docenti 2016-2019′  da parte del ministro dell’Istruzione (del governo dimissionario) Stefania Giannini, che ha trovato opportune parole di autocritica: “Fino ad oggi i docenti italiani sono stati destinatari di azioni di formazione frammentate, senza un framework di lavoro e priorità nazionali di riferimento. Ma un sistema educativo di qualità non può prescindere dallo sviluppo professionale dei propri docenti. E si tratta quindi di un obiettivo strategico essenziale.”

In quella stessa occasione, Andreas Schleicher, direttore della Dipartimento Istruzione dell’Ocse, ha precisato i traguardi necessari affinché l’Italia si allinei col mondo: “La qualità dell’istruzione non può mai prescindere da quella dei docenti. Ma allora il sistema di istruzione deve porre la massima attenzione a come i docenti vengono reclutati, alla loro formazione iniziale, alla formazione in servizio, a come premiare i migliori, ma anche a come sostenere quelli che stanno cercando di migliorare: per quanto la formazione iniziale possa essere buona, non può preparare gli insegnanti ai rapidi cambiamenti che devono affrontare lungo tutto il corso della loro carriera. Dai nostri studi emerge che i docenti italiani riferiscono di un grande bisogno di aggiornamento, in particolare per aiutare studenti con bisogni educativi, per l’acquisizione di padronanza dei mezzi digitali, ma anche per la gestione della classe. Tuttavia le nostre rilevazioni dicono pure che tre quarti dei docenti italiani ritengono che i loro sforzi in termini di innovazione della propria azione di insegnamento, non verranno riconosciuti”.

Da qui l’accento posto da Schleicher anche sull’operato dei dirigenti, che il direttore dell’Istruzione Ocse ritiene debbano essere “capaci di costruire un clima di collegialità e di miglioramento all’interno della loro scuola, mettendo in pratica sistemi di valutazione dei loro insegnanti e di sviluppo delle carriere, che riconoscano e premino gli insegnanti che innovano, condividono quanto hanno imparato e aiutano a raggiungere gli obiettivi della scuola”.

Nei recenti provvedimenti che riguardano la scuola italiana, mancano ancora indicazioni concrete di come vada attuato un sistema di valutazione dell’azione didattica dei docenti in classe, capace di superare la logica delle elargizioni feudali del ‘bonus docenti’ e sposi un approccio di rigore scientifico: “Restano molte fonti di inefficienza nel sistema scolastico italiano – spiega Francesco Avvisati, analista dell’Ocse -. Numerosi provvedimenti della ‘Buona Scuola’ vanno nella direzione giusta, in particolare l’estensione degli strumenti per il miglioramento dell’insegnamento, quali la formazione dei docenti, compresa la formazione continua e informale all’interno delle scuole. Tuttavia la mancanza di valutazione del lavoro degli insegnanti, che ricevono pochissimo feedback professionale sulla qualità della loro didattica, è stata finora una delle più grandi particolarità italiane, nel confronto con gli altri Paesi, e in special modo coi sistemi educativi nei quali il successo formativo è maggiore: nel 2015, l’anno di riferimento del Rapporto Pisa che abbiamo appena pubblicato, la valutazione esterna dei docenti italiani era ancora limitata, col nostro Paese al penultimo posto della classifica, e solo il 30% degli studenti frequentava scuole nelle quali per esempio ‘insegnanti-mentori’ coadiuvavano i nuovi docenti. Occorre dunque investire sulle competenze degli insegnanti, e su ambienti di lavoro favorevoli alla collaborazione e allo sviluppo professionale. Ed è necessario bilanciare l’autonomia delle scuole con strumenti di governo centrali, in modo da poter intervernire in caso di necessità e assicurare la coerenza nell’implementazione delle politiche.”

Il tema della valutazione non è spinoso solo in Italia, come ammette il rapporto Pisa, riferendo di “intensi dibattiti in diversi Paesi, sia su come realizzare sistemi di valutazione dell’efficacia del lavoro svolto dagli insegnanti, sia sui rischi che alberga una valutazione legata ai successi formativi degli studenti”, perché ciò che va appurato è niente di meno che se i docenti siano “altamente competenti per l’insegnamento”, “ben dotati di risorse” e “motivati a lavorare al meglio delle loro possibilità”.

Finora in Italia le scuole sono andate in ordine sparso, né si è ragionato a fondo sulle conseguenze o le sanzioni da far derivare da una valutazione negativa in servizio. In 23 sistemi di istruzione studiati dall’Ocse, l’effetto di un biasimo è quello innanzitutto di una nuova valutazione in un momento successivo; in 15, è l’obbligo di sottoporsi a uno specifico aggiornamento, in 14 Paesi, è il rallentamento della progressione di carriera o l’impossibilità di avere una promozione e in 13 una valutazione negativa in servizio può portare al licenziamento.