Le imprese dell’Ict crescono grazie all’Ict. Può apparire una considerazione ovvia, ma non lo è affatto. Perché il settore è in continua evoluzione non solo dal punto di vista strettamente tecnologico, ma anche sul versante degli stakeholder o se si preferisce dei fruitori e potenziali clienti. Basti pensare da una parte alla pubblica amministrazione, in piena transizione verso l’online, e dall’altra alle decine di migliaia di piccole e medie imprese, impegnate ad agganciare la Quarta rivoluzione industriale. La ricerca di nuovi contatti, nuove piattaforme, nuovi linguaggi diventa essenziale. Così rincuora osservare che in prima fila nella (ri)scoperta del ruolo fondamentale di internet (e in generale del digitale) siano proprio le imprese operanti nell’information and communication technology, le portatrici del «Verbo», quelle chiamate a guidare la trasformazione del tessuto economico.

Dunque, l’Ict come punta di diamante, in un’Italia dove lo switch al digitale continua a incontrare molte resistenze, a dispetto degli sforzi (anche e soprattutto sotto forma di iperincentivi) contenuti nel Piano Industria 4.0. La conferma arriva da Ict in the net (www.ictinthenet.it), l’Osservatorio sulla diffusione in internet delle società del settore voluto e curato dal Registro.it, ente ormai giunto al 30° compleanno che fa capo all’Istituto di informatica e telematica del Cnr. Complessivamente compaiono in Rete 52.854 siti web, aperti da 38.847 imprese Ict (alcune controllano più di un sito), di cui 6.042 siti appartenenti a 4.200 aziende estere. Restando all’Italia, in particolare risultano 17.247 imprese operanti nel commercio e nella riparazione di apparecchiature, 15.763 attive nel campo delle telecomunicazioni e dell’informatica (a cominciare dalle software house), 1.365 aziende di fabbricazione di prodotti, componenti e schede elettroniche, 272 società di news, blog e informazione.

«I dati sono estremamente interessanti, pur considerando il semplice punto di partenza, la presenza di un nome a dominio .it» sostiene Maurizio Martinelli, responsabile servizi internet e sviluppo tecnologico del Registro, nonché leader del team che conduce l’Osservatorio. «Quello che viene fuori è una doppia conferma: della crescente espansione del settore e della centralità del web». Non c’è dubbio: in Italia le imprese attive nei diversi segmenti dell’Ict sono poco più di 100mila, con 565mila addetti. Ma nel totale, ovviamente, sono compresi i piccoli negozi, le società unipersonali, i tecnici a partita Iva. Risultato: una su due ha (almeno) un sito con il dominio .it. «E a ben guardare» continua Martinelli «non c’è nemmeno un grande divario tra Nord e Sud: la Campania è al sesto posto per numero di aziende e di siti, la Sicilia e la Puglia si piazzano all’ottavo e al nono posto della classifica nazionale. Niente male: l’Ict abbatte il digital divide regionale». L’aspetto più importante, però, è un altro. «In generale» assicura Martinelli «ci troviamo di fronte a siti di alta qualità. L’obiettivo di fondo è coniugare la specializzazione con il valore aggiunto di servizio proposto al potenziale cliente. Il tasso d’innovazione è intrinseco e salta all’occhio immediatamente, fin dalle prime schermate. In molti casi, specie per le società di telecomunicazioni, dove si gioca tutto sull’offerta vincente, c’è un marketing molto aggressivo. Poi ci sono le aree riservate e spesso forme di assistenza h24. Insomma, alla base emerge sempre un grande sforzo di personalizzazione nell’approccio. La comunicazione magari è su diversi livelli, ma comunque sofisticata».

In realtà, il fermento sul web si inserisce dentro la ripresa dell’intero mercato dell’Ict. Un mercato che, secondo l’ultimo rapporto sul digitale in Italia curato da Assinform, l’Associazione per l’information technology, è arrivato a valere 66,1 miliardi nel 2016, in crescita dell’1,8 per cento, con un’ulteriore accelerazione nel corso di quest’anno (previsione a +2,3%) che dovrebbe essere confermata nel 2018 (+2,6%) e nel 2019 (+2,9%). Un cielo tornato finalmente sereno in cui spicca il risveglio dell’industria, con tassi di crescita nella spesa per l’Ict, da qui al 2019, previsti a una media annua del 4,4 per cento. Merito anche degli incentivi messi in campo dal governo, se è vero che nel primo semestre 2017 gli ordini di macchine utensili provenienti dal mercato interno sono cresciuti del 24,8% e quelli per apparecchiature elettroniche del 10,7 per cento. Nello specifico, Assinform calcola che gli investimenti direttamente riconducibili al piano Industria 4.0, a fine 2016, siano stati di 1,8 miliardi. E la domanda, tanto più se gli incentivi verranno confermati, si manterrà in crescita tra il 10 e il 20 per cento.

«Siamo al cambio di passo» sorride Agostino Santoni, presidente dell’associazione. «Gli imprenditori, compresi i piccoli, hanno capito che il digitale è indispensabile per competere. Mi piace dire che è iniziato l’aggiornamento del sistema operativo del Paese. I motivi? Il principale è che la tecnologia ha allargato il proprio campo di azione. È diventata più disponibile. Si è ridotta la soglia di accesso. Ci sono flessibilità straordinarie. In una parola, la tecnologia è più semplice. Il cloud, per esempio: si può pure non sapere che cos’è, ma è facilissimo da usare». Logico che in questo scenario internet sia lo strumento migliore per far prendere velocità al cambiamento. E che in tal senso le protagoniste numero uno non possano che essere le stesse imprese dell’Ict. «Vero» annuisce Santoni. «Ma c’è ancora molta strada da fare. Anche sul web. In primo luogo occorre trovare nuovi linguaggi, perché fino a ieri ci rivolgevamo agli addetti ai lavori, oggi dobbiamo saper parlare con chiunque». Già. Internet a disposizione di tutti. Per raggiungere tutti.