Agile, trasparente, soprattutto mobile. Perché la banca del futuro sarà esclusivamente connessa e miniaturizzata, accessibile dal proprio smartphone. C’è di più. Una banca addirittura invisibile, come hanno scritto recentemente gli analisti di social banking di Kpmg: offrirà servizi a valore aggiunto al consumatore multitasking armato di smartphone e tablet, ma senza il peso di sovrastrutture. E c’è chi scommette che questa banca nascerà nel terreno fertile dell’innovazione digitale e probabilmente sarà una startup innovativa, in risposta agli istituti bancari finora conosciuti.

D’altronde le startup nel fintech crescono ovunque, generando interesse e moltiplicando il fatturato: ad oggi nel mondo si registrano 750 startup finanziarie per una movimentazione di 26,5 miliardi di dollari di finanziamenti. Settore in forte crescita con 14 miliardi di dollari investiti nel 2016 e il ruolo dominante della Cina, che conta quattro delle cinque posizioni nella classifica globale elaborata da H2 Ventures e Kpmg Fintech.

Numeri destinati ad alterare i rapporti dialettici di un ecosistema finanziario in evoluzione, proteso oggi tra il mantenimento delle posizioni di forza del mercato tradizionale e la nascita di strutture emergenti leggere, impegnate a declinare i servizi puntando su digitale e mobilità.

I numeri delle startup

In questo scenario l’Italia appare più defilata, con uno sviluppo più timido e numeri contenuti nella crescita del mercato: nel 2016 le fintech nostrane hanno raccolto 33,6 milioni di euro e il 44% non ha superato i 20mila euro di investimento iniziale. Così, se nella finanza globale fa capolino la rivoluzione digitale, l’ecosistema italiano registra ancora ritardi: ad affermarlo è anche l’Osservatorio Digital Finance del Politecnico di Milano, esplicitando numeri e tendenze.

L’indagine rivela come la categoria più numerosa sia quella delle startup legate ai servizi di banking: sono oltre la metà del totale, precisamente il 58%. A seguire gli investiment services (21%) e altri servizi finanziari (17%). Il banking è anche la categoria che raccoglie i maggiori finanziamenti: il 72% del totale, con un particolare successo per le startup legate ai prestiti. Da sole rappresentano il 59% per quasi 16 miliardi di dollari. La totalità delle startup fintech (precisamente il 96%) si rivolge direttamente al consumatore o ad un’azienda non finanziaria, ponendosi quindi come concreta alternativa alle banche. Anche come target. «Una collaborazione strategica con le startup può permettere ad un istituto finanziario di innovare in tempi più rapidi, testando nuove strade con investimenti più limitati. Le startup hanno il vantaggio di poter sfruttare alcune leve differenziali, come il fatto di poter operare senza una rete fisica sul territorio e di utilizzare i dati che raccolgono, oppure di potersi muovere all’interno delle zone di grigio della regolamentazione», afferma Filippo Renga, Direttore dell’Osservatorio Digital Finance del Politecnico di Milano.

Tra i grandi attori internazionali tradizionali solamente il 18% utilizza piattaforme digitali avanzate per la consulenza di investimento. «Per fronteggiare la competizione allargata gli attori bancari oggi possono fare leva su due importanti vantaggi: il patrimonio informativo di inestimabile valore nel rapporto con il cliente e la sua conoscenza pervasiva», precisa Renga.

L’avanzata del fintech

Monete virtuali, pagamenti in mobilità e l’esplosione dei servizi di prestiti agevolati: ecco le declinazioni delle startup fintech che stanno provando a giocare una partita nell’agone digitale.  Secondo molte di loro il contante del futuro passerà necessariamente per lo smartphone. E non a caso si moltiplicano le realtà che sfidano il monopolio degli istituti bancari nei servizi in mobilità.

C’è chi si occupa del sistema di pagamento attraverso mobile, coinvolgendo migliaia di esercenti e raggranellando oltre 8 milioni di euro di finanziamenti: è il caso di Satispay, fondata da Alberto Damasso. C’è poi Jusp, lettore hi-tech di carte da attaccare allo smartphone: di fatto è uno “smart-Pos” e permette a esercenti e professionisti di accettare pagamenti diversi dal contante senza il classico Pos. C’è anche chi ha creato una piattaforma per la colletta online senza dover passare per PayPal: questa è Growish, messa in piedi da Claudio Cubito.

Intanto in Veneto tre imprenditori over 40 — si tratta di due commercialisti e un esperto di finanza, profili che masticano già i numeri nel loro percorso professionale  — hanno creato 2pay, app che consente di pagare via device senza conto corrente. Si tratta di una carta prepagata per inviare denaro agli esercenti senza costi aggiuntivi e di riceverlo pagando 2 centesimi a transazione. Un’idea che è diventata anche un brevetto appetibile. Al punto da ricevere finanziamenti per oltre 3,5 milioni di euro da vari business angels. «Raccontiamo un nuovo modo social per disintermediare nella finanza», afferma Costantino Magro, 54enne padovano co-fondatore e presidente del consiglio di amministrazione di 2pay, un passato nella guardia di finanza e una lunga esperienza come commercialista in una grande società di revisione contabile.

Crescono anche le startup che fanno consulenza virtuale per aspetti molto reali: è il caso di Moneyfarm, società indipendente di consulenza finanziaria online con sedi in Italia e nel Regno Unito guidata da Paolo Galvani e Giovanni Daprà. Ad oggi conta su un team di 80 professionisti e oltre 100.000 utenti attivi. E c’è pure chi si occupa di trade sharing: è il caso di Rataran, accesa un anno e mezzo fa da Giuseppe Calabrese, appassionato di finanza e oggi impegnato a rivoluzionare il trading online.

Un’idea nata in Sardegna ha scalato i confini nazionali, arrivando ad essere raccontata nell’autunno del 2015 anche sulle colonne del Financial Times con l’eloquente titolo “The Sardex Factor”: il fattore Sardex non è altro che una moneta complementare, un circuito di credito commerciale alternativo diventato società per azioni. Il progetto è nato soltanto otto anni fa a Serramanna, nel cagliaritano. E in poco tempo ha attirato l’interesse di investitori anche oltre i confini isolani: nel 2016 Innogest, Invitalia Ventures e Banca Sella Holding hanno investito tre milioni di euro in questo progetto collettivo. Ad oggi Sardex conta 52 dipendenti nella sola Sardegna, con un transato di 67 milioni di crediti nel 2016 e 3600 iscritti nel segmento business.

Si divide tra l’Italia e l’Inghilterra Vipera, realtà nata addirittura nel 2005 e guidata da Marco Casartelli: la startup offre a istituti bancari e retail tecnologie che consentono lo sviluppo di app in ambito finanziario e la gestione delle carte digitali in modo integrato, con un monitoraggio costante dell’utente. Headquarter a Londra e sede a Milano con un team di ingegneri: in tutto un centinaio di persone tra collaboratori interni ed esterni. Il fatturato 2015 si è attestato sui 6,8 milioni di euro, con proiezioni di crescita.

Ecco l’esercito delle startup fintech: progetti alternativi ai circuiti bancari che costringono anche a rivedere le relazioni tra banche e consumatori o imprese. Una rivoluzione che si deve leggere necessariamente con l’adozione pervasiva dei device mobili. Secondo un recente report Facebook focalizzato sul mercato americano sull’utilizzo dei servizi bancari per i millennials, emerge una generazione alfabetizzata all’Internet banking e al social care. Ma la rivoluzione sta per impattare anche i target di utenti più maturi, quelli che oggi più entrano in banca da un tablet o da uno smartphone.

Il futuro? Pensare come una startup

Intanto c’è chi prova a leggere i segnali di un futuro sempre più liquido. Cercando di intercettare trend emergenti. Così ha fatto proprio Moneyfarm, presentando pochi giorni fa a Milano Fintech Bible, ovvero la “bibbia del fintech”. Nel volume sono raccolte le testimonianze e i consigli di ventinove founder e amministratori delle società finanziarie europee.

Il pamphlet è scaricabile gratuitamente e presenta visioni sul futuro dell’industria e consigli ai risparmiatori. E tutto ciò per comprendere i cambiamenti in atto nel mondo fluido della finanza, nel quale sono già entrati diversi colossi dell’hi-tech: Google, Facebook, WeChat, Apple, Samsung, Alibaba. Ma il nuovo che avanza deve fare i conti con un  mercato consolidato e tradizionale che intende giocarsi le sue carte, anche nell’agone digitale. Ne sono convinti i ricercatori del Politecnico. «Nel breve-medio periodo gli istituti finanziari accuseranno un ritardo rispetto ai grandi attori digitali internazionali e su alcuni servizi dovranno sottostare alle loro condizioni. Ma da un attento monitoraggio della concorrenza e da una corretta valorizzazione dei propri asset gli istituti finanziari possono estrarre il potenziale per mantenere un vantaggio competitivo nel tempo. Anche in campo digitale».