“La principale sfida che dovrà affrontare Diego Piacentini? La stessa da cui sono passati gli altri: il dover spingere la Pa a un cambio organizzativo e culturale, necessario per digitalizzarsi”. Così Paolo Coppola (PD, consigliera della ministra Madia sull’Agenda digitale) sull’avventura che comincia adesso, formalmente, per il neo commissario all’Agenda digitale presso la Presidenza del Consiglio (il decreto di nomina è uscito martedì scorso, anche se ovviamente Piacentini vi lavora già da alcune settimane).

L’analisi di Coppola si riflette nel nuovo Cad (Codice dell’amministrazione digitale), pubblicato in Gazzetta Ufficiale a settembre. Qui infatti sono entrate alcune misure- alcune in particolare in ultima battuta, dopo un passaggio alla Camera – che affrontano proprio il nodo di cui parla Coppola: portare la trasformazione digitale all’interno di ciascuna Pa, nessuna esclusa, tramite un cambiamento organizzativo e culturale. Questa però è solo la ricetta di massima; il come riuscirci è la sfida dei prossimi mesi. E ci sono anche posizioni divergenti, tra gli esperti, su come gestirla.

Intanto, si registra una (prima) buona notizia: dal palco del convegno EY di Capri, il dg dell’Agid Antonio Samaritani ha annunciato la prima attuazione del Pon governance con una tranche da 50 milioni di euro per accompagnare le Pa alla riforma digitale. Siamo davvero agli inizi su questo fronte. Che è quello dell’attuazione di un piano a lungo meditato. Bisogna per prima cosa stabilire il livello di semplificazione che accompagnerà l’attuazione della riforma digitale all’interno delle Pa. “Ci sono alcuni aspetti da chiarire. Per esempio, il domicilio digitale”, dice Eugenio Prosperetti, avvocato specializzato in diritto digitale. E’ un concetto nuovo e rivoluzionario, per segnare il passaggio a rapporti solo digitali (switch off) tra cittadino e Pa. Secondo il Cad, prevede che tutte le notifiche delle Pa arrivino sulla Pec dichiarata e inserita in anagrafe. Problema: “le norme che impongono alle Pa di comunicare e notificare non sono nel Cad (e non vengono formalmente abrogate)”, dice Prosperetti. “Anche oggi, a processo telematico vigente da tempo, tolto l’atto introduttivo si può depositare tutto in carta senza alcuna conseguenza. L’Italia è il paese dove per prudenza e tendenziale sfiducia verso la novità si fanno le cose due volte o in più modi”. “Questo sarà un importante problema per il commissario. Si potrà sentir dire da alcune Pa che si ritengono obbligate da norme esterne al Cad a mantenere in essere doppi binari obbligando a vecchie e nuove procedure insieme (e relative complicazioni) e questa sarà la sfida più grande di innovazione”, aggiunge Prosperetti. Come diceva Coppola: spingere le Pa ad abbandonare il vecchio per adottare il nuovo.

Altro esempio, “la sicurezza informatica, il passaggio ai servizi fiduciari nei rapporti con la Pa: il Cad lascia impregiudicata la possibilità di presentare qualsiasi istanza da una mail ordinaria con allegato un pdf e una copia del documento di identità. Il commissario vorrà intervenire su questo o apprezzerà il vantaggio in termini di semplicità che tale procedura, pur con i suoi limiti di sicurezza e certezza, presenta?” “Il nuovo Cad in alcune parti è accurato ma presenta procedure non semplici. Il commissario lo attuerà così com’è o cercherà una ulteriore semplificazione?”, conclude Prosperetti.

Un’altra scelta critica sarà dove mettere l’asticella tra accompagnamento e costrizione delle Pa che sono in ritardo. Se puntare di più su carota o bastone, detto volgarmente. Già, perché una delle novità del Cad, in questo approccio, è che dà strumenti cogenti inediti: il potere del Commissario di commissariare la Pa inadempiente su alcuni dossier digitali; gli strumenti di controllo di gestione, la figura del responsabile di transizione e quella di difensore civico digitale in ogni Pa. Secondo Coppola, il problema non sono né le risorse né l’insufficiente formazione delle Pa (tanto che ha avviato una Commissione d’inchiesta alla Camera contro gli sprechi negli acquisti digitali delle amministrazioni). E’ d’accordo Ernesto Belisario, avvocato e uno dei più noti giuristi digitali: “non credo che servano risorse ad hoc. La Pa spende male. E anche per formazione ci sarebbero già le possibilità economiche. Bisogna capire che digitale è la priorità: questo solo serve al cambiamento”.

“E’ un tema di revisione di processo, non di risorse. E per questo servirà il piano triennale della trasformazione digitale Pa che il Governo ha quasi finito di elaborare”, aggiunge. “Compito di Piacentini sarà quindi traghettare nel modo migliore i grandi progetti di innovazione digitale già stabiliti. Farlo con la migliore soddisfazione degli utenti. Da questi progetti passa la digitalizzazione (Spid, Anagrafe unica eccetera, Ndr.). “Finora è stato difficile farlo perché mancava una governance precisa. Adesso, con Piacentini e il Cad, la governance è stata definita”, continua Belisario.

In questa visione, l’idea è che si può sopperire al difetto di risorse e competenze di alcune Pa costringendole a collegarsi a grandi piattaforme centralizzate, gestite a livello nazionale, per erogare i servizi digitali richiesti dalle norme. Non sono d’accordo su questa impostazione coloro che avrebbero voluto vedere un maggiore impegno nella formazione e nell’accompagnamento delle Pa. In quest’altra visione, solo guidando, formando e incentivando il personale della Pa avremo una vera transizione, duratura; non solo di facciata.

Sull’importanza di questi concetti concordano Prosperetti, Carlo Mochi Sismondi (presidente di FPA, organizzatori di ForumPA. Sulla necessità di fare accompagnamento si è espresso anche Alessandro Perego, a capo degli Osservatori del Politecnico di Milano. Comunque la si pensi, sulla carta ci sono alcune risorse in ballo la cui sistemazione non è ancora chiara. Il piano Crescita Digitale di marzo 2015 stimava in 3,5 miliardi il fabbisogno per le grandi riforme digitali della Pa. Fondi virtuali, però, perché dipendenti dai progetti delle Regioni, verso i quali non c’è un coordinamento e un punto di accentramento nazionale (a differenza di quanto sta avvenendo con la banda ultra larga, dove le Regioni hanno lasciato a Infratel il compito di fare i bandi mettendo assieme le risorse nazionali, regionali ed europee).

Si attendono anche i bandi del Pon Governance da 827 milioni (risorse 2014-2020) e l’annuncio di Agid è un primo (anche se ancora molto parziale) segnale positivo. I 50 milioni di euro serviranno sia ad aiutare le PA locali a sviluppare servizi e piattaforme che non ha senso sviluppare a livello nazionale; sia ad assicurare il coordinamento tra periferia e centro su questi servizi.