«Un anno fa, a Rieti, con la rete italiana dei fab lab, dieci artigiani tradizionali e le scuole del territorio, abbiamo fatto un esperimento. Abbiamo creato dieci gruppi, ognuno composto da un artigiano, dei makers e degli studenti di scuola superiore. Ogni gruppo doveva lavorare insieme per trovare una soluzione a problematiche tecniche o produttive che gli artigiani avevano incontrato nella loro quotidianità. Il risultato? Nel tempo di un weekend, ogni gruppo ha sfornato un prototipo di soluzione tecnologica capace di risolvere il problema di partenza. Non solo. In quel weekend è successa una cosa molto più importante…».

Andrea di Benedetto, 43 anni, incarna, nei gesti e nei discorsi, la figura dell’imprenditore digitale di prima generazione. Nel 2001, con due amici incontrati all’Università di Pisa, ha fondato la 3logic, azienda che si occupa di realtà aumentata. Oggi è anche presidente del Polo Tecnologico di Navacchio (Pisa) e vicepresidente nazionale di Cna. L’esperimento di Rieti gli torna in mente quando gli chiedo di commentare un dato emerso dal Rapporto Unioncamere 2015, dove il 40% degli imprenditori dichiara: «Internet? Non serve alla mia impresa». Per rispondere, per dire che «certo, internet è il futuro di ogni impresa», Di Benedetto ricorda gesti e discorsi di quel weekend a Rieti, dove è successa «la cosa più importante». «Quei dieci imprenditori – racconta – hanno capito che il digitale era uno strumento rassicurante, non più spaventoso, non un nemico che ti farà chiudere. Mentre gli studenti hanno capito che fare impresa può essere un’attività interessante e appassionante». A Rieti il digitale aveva permesso l’incontro di due mondi distanti e diffidenti tra loro. Un esperimento di open innovation dal basso. Che se promosso anche dall’alto potrebbe, rilancia Di Benedetto, «salvare l’Italia dal declino».

Il racconto che giunge da Rieti acquista anche un significato simbolico. In quella provincia, ogni 100 imprese iscritte alla Camera di Commercio, solo otto hanno registrato un dominio internet. Uno dei tassi di penetrazione più basso tra le province italiane, come certifica l’”Analisi della diffusione di Internet in Italia”, studio condotto da Cnr sul “tasso di penetrazione” (Tp) dei domini «.it», ossia sulla diffusione di internet misurata sulla base del rapporto tra il numero dei nomi a dominio «.it» e tre gruppi di riferimento: la popolazione maggiorenne residente in Italia, quella dei liberi professionisti e l’insieme delle imprese attive (dati aggiornati al 1° agosto 2016).

Rieti non è un caso isolato. Oggi in Italia solo 14 imprese attive su 100 hanno registrato un dominio «.it». Ogni 10mila abitanti, si contano 23 professionisti con un dominio «.it». In media, il tasso di penetrazione tra la popolazione maggiorenne e residente è di 285 domini «.it» ogni 10mila abitanti. In Germania – punto di riferimento europeo per le politiche industriali e la digitalizzazione del tessuto produttivo – a fine 2015, il tasso di penetrazione dei domini «.de» era pari a 1.830 domini ogni 10mila abitanti. Più di sei volte il valore misurato in Italia.

Il tasso di penetrazione dei domini nazionali è una metrica oggettiva. Un punto di partenza per iniziare a misurare il grado di sviluppo della cultura digitale di un paese. Il bisogno è stringente. «C’è uno spread da colmare nella nostra cultura digitale – conferma Di Benedetto -. La maggior parte dei nostri imprenditori, anche nelle grandi aziende, considera ancora oggi internet come una commodity: ovvero un modo più efficiente ed economico di fare quello che facevano prima. Difficilmente c’è consapevolezza del cambio di paradigma».

Serve una contaminazione. Una politica industriale e di educazione manageriale capace di favorire e riproporre su larga scala l’esperimento di Rieti. Da una parte il tessuto delle Piccole e medie imprese italiane, con una forte tradizione e un bagaglio invidiabile di creatività, competenza e tradizione, ma con una debole cultura digitale. Dall’altra la generazione dei nativi digitali, che ha acquisito abitudini legate alla rete. E che anche i dati, pur disegnando un paese in ritardo, in qualche modo intercettano: secondo la ricerca del Cnr, dal 2012 ad oggi è cresciuto il numero di persone fisiche che ha registra un dominio «.it». «Sono persone – spiega Maurizio Martinelli, responsabile servizi Internet e sviluppo tecnologico del Cnr – che hanno maturato la consapevolezza delle opportunità che la rete può offrire». Ma che, come dice Di Benedetto, «tendono poco a diventare imprenditori». La sfida urgente oggi è fare incontrare questi due mondi. Per il bene di entrambi. E del Paese.