Un muro può rappresentare un ostacolo per un uccello? Nella maggior parte dei casi no. Ma per la civetta nana rossiccia che vive nel deserto di Sonora, nell’Arizona meridionale, la barriera già in parte costruita sul confine tra Stati Uniti e Messico rappresenta un ostacolo insormontabile, dal momento che non riesce a volare molto più alto di un metro-un metro e mezzo. A studiare il suo comportamento è Aaron Flesch, ricercatore della University of Arizona, che ha iniziato a studiare gli effetti delle barriere di confine sulla fauna locale: allora non si parlava di muri e lui valutava l’impatto di strade, grandi estensioni agricole e infrastrutture invasive sulla vita animale.

Ma quali potranno essere oggi i contraccolpi per la biodiversità di un muro che, stando alle promesse del presidente americano Donald Trump, dovrà correre senza soluzione di continuità lungo tutti i 3.200 chilometri del confine meridionale degli Stati Uniti? Quella di Flesch è una delle voci interpellate dalla giornalista scientifica Lesley Evans Ogden nell’ambito del reportage pubblicato da BioScience, “Border Walls and Biodiversity: New barriers, new horizons“: “Se il muro viene completato – sintetizza Evans Ogden -, creerà una rilevante sfida per la conservazione della biodiversità, una sfida che difficilmente potrà smettere di far sentire i suoi effetti in tempi brevi”. In queste regioni le piccole comunità di animali sono spesso provvisorie e dipendonp dai singoli soggetti per la riproduzione e per la conservazione del partrimonio genetico.

Paradossalmente i maggiori limiti all’efficienza nell’impedire i movimenti sono legati alla specie per cui il muro è stato pensato, quella umana. Uno studio sperimentale condotto da Jamie McCallum, consulente di Transfrontier International Limited, e dai colleghi della Zoological Society di Londra, ha registrato il comportamento di diversi mammiferi intorno al muro. Con il risultato che, mentre procionidi e puma venivano dissuasi dalla barriera e la loro presenza si faceva decisamente più rarefatta, trafficanti e clandestini continuavano imperterriti i loro tentativi per passare dall’altra parte del muro. “Pensavo che lo studio avrebbe rilevato qualche tipo di effetto, anche minimo, sul movimento transfrontaliero degli umani. Invece non  è stato così”.

In molti altri casi legati alla costruzione di barriere – dalla campagna inglese al Canada fino all’Africa profonda -, gli effetti controproducenti per la biodiversità sono stati contenuti con diversi stratagemmi che hanno permesso agli animali di superare le infrastrutture con azioni specifiche. “Ci sono quindi ragioni sufficienti per sperare che mentre un paese costruisce muri, l’ingegnosità umana possa portare a costruire ponti e ali per la biodiversità”, conclude Evans Ogden.

Ce n’è senz’altro bisogno in un momento in cui, dopo l’11 settembre e con la tendenza alle spinte populistiche locali, la tendenza a costruire muri si va espandendo ovunque, dall’Europa all’America. E questo va a contrastare con una delle principali ricadute del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, vale a dire la modificazione del clima in molte aree e la conseguente migrazione di specie, sia animali che vegetali. Gli oceani rappresentano uno degli ecosistemi più emblematici delle trasformazioni in atto in consegeunza del riscaldamento e dell’acidificazione delle acque. Le Nazioni Unite hanno dedicato più di una giornata di studio e di confronto al problema, sotto più aspetti. Basti considerare che più del 93% del calore che è stato aggiunto dal genere umano a partire dagli anni 50 è stato asorbito dalle acque oceaniche. Con tutte le conseguenze del caso.

Ma la modifica dell’ecosistema e delle correnti oceaniche va a impattare sulla distribuzione e sui movimenti delle specie in un mondo dominato dal climate change. “Le forze direzionali esterne, come le correnti oceaniche e di aria, sono una di quei fattori cruciali, ma spesso sottovalutati, che funzionano come cinghie i trasmissione che possono facilitare o intralciare la dispersione delle specie”, afferma Jorge Garcia Molinos, il lead author di uno studio effettuato dall’Arctic Research Center della Hokkaido University, pubblicato da Scientific Reports: “La valutazione di come le trasfomazioni climatiche sono collegate al movimento delle acque può offrire una preziosa chiave di lettura per comprendere come la biodiversità sia condizionata dai cambiamenti climatici”.

E’ chiaro che le migrazioni delle specie animali e vegetali hanno implicazioni sui diversi ecosistemi, ma anche sul sistema socioeconomico e sulla salute umana. Ed è altrettanto chiaro che la loro previsione risulta estremamente difficile in considerazione della complessità di interazione tra le mutazioni climatiche e le altre variabili biologiche, ambientali e umane da tenere in considerazione. Lo studio valuta l’effetto delle correnti oceaniche, che hanno l’effetto di fare da cinghia di trasmissione più efficace del previsto nella migrazione dei cambiamenti climatici, soprattutto laddove le correnti vanno nella stessa direzione del riscaldamento, favorendo l’adattamento delle specie ai climi più caldi e rallentando di pari passo il tasso di “contrazione” delle specie animali. Dando per scontato che il clima sta cambiando in una logica di riscaldamento globale. Cosa che però scontata non è, come dimostra la recente decisione di Donald Trump di abbandonare gli accordi di Parigi che impegnano la comunità internazionale al contrasto del climate change. Un’altra decisione di Washington che non solo desta polemiche a non finire, ma che rischia di provocare contraccolpi negativi per l’intero ecosistema mondiale. Ancora di più del muro al confine con il Messico.