Ha un nome italiano l’ultima lavoratrice sulla terra in un mondo dominato da robot intelligenti e reti di connessioni digitali. Si chiama Alice e a immaginarla e disegnarla ci ha pensato la redazione del Guardian, in un corto apocalittico rilanciato in rete lo scorso anno. Nell’animazione dall’eloquente titolo «The Last Job» si vede Alice che di fatto perde il lavoro. Costringendoci a riflettere sull’avanzata delle tecnologie.
Che il mondo connesso faccia anche paura è cosa ormai consolidata, soprattutto nel giornalismo anglosassone: viviamo di fatto in anni segnati dalla Data Economy, come ha riportato l’Economist in una copertina della primavera di quest’anno. Argomentando come il vero petrolio dei nostri giorni sia rappresentato dai dati e soprattutto dal loro possesso, oggi ad appannaggio di pochi grandi player.
La testata inglese se la prende con i colossi mondiali delle tecnologie, questa volta immaginati “seduti” sopra piattaforme petrolifere. Dove però, al posto delle vecchie trivelle spuntano grattacieli avveniristici sulle cui facciate campeggiano i loghi di Facebook, Amazon, Google, Uber, Microsoft.
Dagli assetti mondiali alle formule di casa nostra, le similitudini non mancano. Accanto al predominio dei big tech globali, però, si fanno strada alcune specificità: si prova, in particolare, a declinare la presenza in rete, ad esempio con una via tutta italiana a internet grazie alla nota estensione del dominio «.it»: estensione che oggi conta più di 3 milioni di nomi a dominio registrati (si veda anche l’infografica sotto) e che quest’anno compie trent’anni di vita.
Oggi, la presenza su internet coinvolge grandi e piccoli attori. E il lavoro cambia paradigmi, accelera trasformazioni, offre nuovi scenari, consente ai “global microbrand” di combattere nello stesso agone digitale delle grandi multinazionali e di scalare in modo esponenziale e in un tempo limitato interesse e fatturato.
Succede per esempio a San Floro, paese con forte vocazione agricola e con poco meno di settecento anime nel cuore della Calabria, dove un giovane calabrese ha deciso di riaprire il vecchio mulino in pietra, l’ultimo della zona. E per farlo ha puntato tutto sulla rete, intercettando centinaia di sottoscrittori. «Questo mulino lo abbiamo amato dal primo giorno, lo abbiamo ricostruito e restaurato ed ora è operativo. Produce farina integrale biologica macinata ordinabile anche online», racconta Stefano Caccavari, ventottenne con in tasca una laurea in economia aziendale all’università di Catanzaro.
Caccavari ha impastato saperi e sapori del passato declinandoli con le nuove tecnologie e oggi è a capo di una importante filiera di grano antico Senatore Cappelli: su Mulinum.it è possibile acquistare prodotti,ma anche visitare virtualmente il mulino.
Molti chilometri più a nord un panificatore da una vita ha deciso di osare l’impossibile, vendendo il proprio pane fresco sul web e spedendolo in ogni angolo d’Italia nel giro di poche ore. Antonio Follador, 49enne di Prata di Pordenone – paese di quasi novemila abitanti nel friulano, ai confini con il Veneto – è orgoglioso del suo lavoro e di come lo sta trasformando grazie al digitale. Con una squadra di sedici collaboratori da alcuni mesi è possibile ordinare su Internet il pane preparato con farine vive e ricette naturali e riceverlo direttamente a casa, pur abitando a centinaia di chilometri di distanza dal panificio.
Tutto è partito con Botteghedigitali.it. «Grazie a questo progetto, ci siamo aperti ad un mercato globale e oggi riusciamo ad esaudire le richieste che arrivano dalle piazze di Milano, Torino, addirittura Palermo», racconta Follador.
Anche Livia Carchella e Bruna Pietropaoli, entrambe 58enne romane e vicine di casa, hanno deciso di puntare su internet. E addirittura nel 1999 hanno aperto il loro sito Leartigiane.it, decidendo di coinvolgere altre professioniste. «Siamo state delle pioniere del web, a tal punto che ci siamo aggregate prima online e poi dal vivo», precisa Carchella. Poi sette anni fa l’apertura del punto vendita fisico per i clienti nel cuore di Roma, a due passi da Largo Argentina. Quattrocento metri quadrati che trasudano passione, competenza, voglia di fare. Oggi lo spazio è molto più che un negozio, con corsi di decorazione, presentazioni di libri, mostre di pittura.
Competenti, pionieri, digitalizzati: ecco la nuova generazione di artigiani e imprenditori, tale perché in grado di adottare le tecnologie con maggiore consapevolezza. Una generazione in espansione.
A fotografare questa generazione di aziende che abbracciano la rete ci ha pensato «Future of business», ricerca promossa da Facebook, Censis, Ocse e Banca Mondiale. L’indagine ha coinvolto più di 280mila imprese in 42 Paesi (in Italia hanno già partecipato più di 11mila piccole e medie imprese). Lo studio racconta che la dotazione digitale delle imprese con meno di cinquanta addetti continua a migliorare, e che si sta colmando il divario rispetto alle aziende più grandi e strutturate. Le piccole realtà in possesso di un proprio sito internet sono passate dal 62,2% del 2012 al 69,5% del 2016. Mentre la quasi totalità delle imprese con più di cinquanta addetti ha attualmente una presenza strutturata sul web.
Nello stesso tempo, le Pmi iniziano ad adottare linguaggi digitali in modo più pervasivo sul fronte pubblicità, marketing, comunicazione. Pur osservando un divario rispetto ai principali Paesi europei, le percentuali di utilizzo iniziano a essere elevate e significative. Anche se il cammino verso una matura alfabetizzazione tecnologica è ancora lungo.