“Papa Francesco ‘scomunica’ Donald Trump”. Per una volta i social network non hanno avuto colpa nel produrre la bufala anche se, per loro natura, l’hanno immediatamente amplificata. E non si tratta nemmeno di un artefatto di qualche ragazzino mago della tastiera. Per una volta, la responsabilità è a pochi passi da Città del Vaticano, in una redazione giornalistica che dovrebbe essere guardiana dell’attendibiltà che i nuovi media cercano di sottrarli.  La notizia viene smontata, non prima però di aver aggiunto un’altra freccia all’arco di chi chiede tribunali della verità.

Per fortuna in Italia i fact-checkers indipendenti come Pagella Politica sono in buona salute. C’è però da chiedersi come mai non ci sono iniziative organiche legate alle grandi testate e che investano in tecnologia e automazione come in Germania, oltremanica e negli Usa. “È una questione di risorse – osserva Alexios Mantzarlis, uno dei creatori di PagellaPolitica.it e oggi coordinatore dell’International Fact-Checking Network presso il Poynter Institute in Florida che lo scorso marzo ha ospitato una conferenza sul tema – perché chi ha le idee non ha i fondi, e chi ha i fondi non ha l’interesse. Per fare un esempio, Pagella Politica da qualche anno propone la creazione di una banca dati di factchecking e relative fonti (“TrovaDato”) che possa fungere da primo tassello verso la creazione di un sistema automatizzato.

Mancano però in Italia organizzazioni – come l’americana Knight Foundation – pronte ad investire in progetti giornalistici di questo tipo a fondo perduto”.  Mantzarlis è anche nella giuria del Fast and Furious Fact Check Challenge su HeroX  e, per quanto non creda in un’automazione completa del factchecking è ottimista per il futuro. “Vedo del grosso potenziale nell’accelerazione del lavoro che fanno i giornalisti. Claimbuster, sviluppato a UT Arlington, analizza grossi corpi di testo ed evidenzia le dichiarazioni verificabili su cui si possono concentrare i fact-checker – spiega – Nell’esempio della dichiarazione semplice che citavo sopra un sistema automatico potrebbe cogliere la parola chiave (“disoccupazione”), associarla ad un database (“Istat – Occupati e disoccupati”) e offrire al fact-checker umano l’andamento della disoccupazione nel periodo d’interesse. Replicare questo modello su una serie di banche dati potrebbe accelerare i tempi del fact-checking”.

Un’altra applicazione dell’automazione riguarda il “matching”. Associare dichiarazioni già oggetto di fact-checking, oppure molto simili a dichiarazioni già verificate, ovunque esse siano (Facebook, Google, siti di informazione) con i relativi factchecking permetterebbe di allargare il pubblico potenziale senza bisogno di duplicare lavoro già fatto. Su questo sta lavorando, tra gli altri, Le Monde. “Pubblicare una bufala richiede appena il tempo di scriverla – sottolinea  Mantzarlis -, pubblicare il relativo factchecking può richiedere ore o persino giorni di ricerca. Se non offriamo strumenti per ridurre questo squilibrio, la battaglia per l’accuratezza dell’ecosistema di informazione online è persa”.