La Borsa di Londra e quella di Francoforte, Nyse permettendo, puntano ad unirsi. A convolare a nozze, da un lato per costruire un ponte finanziario tra la City e il centro economico di Eurolandia. E dall’altro, anche a fronte del prossimo referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nella Ue, per dare un segnale di forza al mondo dei mercati. Sennonchè la giustificazione della possibile fusione non è solo nella ricerca di grandeur. Bensì anche nella necessità di reagire alla concorrenza. Oggi infatti, in Europa, la prima Borsa per controvalore giornaliero non è il London stock exchange, nè Deutsche Borse. Tutt’altro! È un listino elettronico poco conosciuto ai più: Bats Europe. Si tratta di una piattaforma, di proprietà di un consorzio di banche e investitori privati (da Bank of America a Deutsche Bank fino a Tradebot Systems), che nulla ha a che spartire con le storiche piazze europee. Ciononostante oggi è tra i  mercati più rilevanti.

Al che il signor Rossi domanda: come è stato possibile? Le motivazioni sono molteplici. Due, però, hanno maggiore peso: l’evoluzione tecnologica e la deregolamentazione. Rispetto a quest’ultimo fronte, a ben vedere, il passaggio fondamentale è l’entrata in vigore (in Italia nel 2007) della direttiva comunitaria Mifid. Il provvedimento ha introdotto diverse novità. Riguardo alle Borse una è essenziale: il superamento della concentrazione degli scambi. Cioè, della regola che imponeva la contrattazione di un determinato titolo esclusivamente nei mercati regolamentati sui quali essi sono quotati e con le modalità previste.

Ebbene: l’abbandono di quest’impostazione ha permesso il proliferare di nuove piattaforme elettroniche di scambio.«Abbiamo abbracciato – spiega Pietro Cafaro, docente di storia economica alla Cattolica di Milano- l’impostazione anglosassone. Prima della Mifid era preminente l’idea, d’impronta napoleonica, della valenza pubblica della Borsa». Di qui la concentrazione degli scambi. «L’attuale  approccio invece, relegando più sullo sfondo l’idea che il listino è asset strategico per un Paese, da un lato ne accentua il carattere privatistico; e, dall’altro, si focalizza sulla concorrenza tra i diversi mercati».

Quella concorrenza che, per l’appunto, ha aperto la strada a operatori alternativi. I quali, anche grazie ai minori requisiti regolamentari, sono riusciti a conquistarsi il loro spazio. Certo: molti sono falliti. Inoltre, sulla scia del successo, lo stesso Bats Europe ha chiesto, e ottenuto, la “patente” di Borsa regolamentata. Ciò detto, è innegabile che i Multilateral trading facilities (Mtf) siano diventati una realtà importante. Tanto che, a fronte, di 102 Borse regolamentate gli Mtf europei attualmente sono 152. Un numero elevato non giustificabile, ovviamente, solo attraverso il cambio di normativa.

Un ruolo essenziale – e qui si arriva alla seconda motivazione per la domanda del signor Rossi – lo ha giocato la tecnologia.

La finanza, di fatto un mondo di numeri, è stata (e sempre sarà) perfettamente adattabile alla digitalizzazione. Grazie alla dematerializzazione di contratti e titoli, avvenuta nella parte finale del secolo scorso, le compravendite in Borsa hanno trovato nel bit l’alleato naturale per crescere sempre di più.

Gli esperti – è vero – si affannano a utilizzare metafore “fisiche” per descrivere questo mondo. Basta pensare, in tal senso, all’uso di parole quali “flusso di liquidità”. La strategia, seppure con le migliori intenzioni, è però fuorviante. Nei listini non c’è alcun flusso di denari nè “cascate” di dollari (quelle, al massimo, restano  prerogativa di Paperon de Paperoni nel suo deposito). Al contrario, esistono flussi di bit e scritture contabili (elettroniche) che si modificano. Il tutto all’interno di un eco-sistema che, anche grazie alla crescita degli Mtf, è diventato un complicato incrocio di collegamenti in fibra (o wireless) tra i server dei vari attori della partita. E sono gli stessi numeri a dimostrarlo: circa il 96% dei volumi azionari globali è gestito via telematica.

In tal senso la proposta di negoziazione, ad esempio, di un trader parte dal suo pc. I bit che la compongono colpiscono il server della banca dove lui ha il conto titoli. Di lì rimbalzano verso l’intermediario il quale, da un lato, li gestisce in automatico. E dall’altro, sempre attraverso un software, ne realizza (se richiesto) la <i>Best execution </i>dinamica. Cioè valuta, tra le diverse sedi di negoziazione, dove l’esecuzione possa avvenire nel modo migliore. Dopodichè: il pacchetto di bit arriva sulla piattaforma voluta, si incontra con la proposta di negoziazione di segno opposto e, realizzato il match, ripercorre la strada in direzione contraria. Il tutto in una microfrazione di tempo. Per migliaia e migliaia di ordini  al secondo, per migliaia e migliaia di operatori. Su migliaia e migliaia di titoli.

Insomma, c’erano un tempo le grida di Borsa. Adesso, sempre di più, ci sono gli algidi silenzi dei software e dei bit.