La situazione è ambivalente. Un impegno per ridurre ancora le emissioni di anidride carbonica è fondamentale, ma un impegno che non sia condiviso con i Paesi a forti emissioni (Usa, Cina, India e così via) darà benefici zero al clima e avrà il solo effetto di frenare l’Europa e soprattutto l’ancora debole Italia. Darsi obiettivi da primi della classe — e gli annunci dell’Italia sono da primi della classe — ha come risultato unico impoverire i cittadini. La soluzione però c’è, e chi fa abuso di parole inglesi direbbe che è una soluzione win-win, in cui tutte le parti conseguono un beneficio. E la soluzione è la tecnologia.

Se l’Italia, uno dei Paesi più virtuosi dal punto di vista dell’energia e delle emissioni, riuscisse a imporre nel mondo i nostri standard di efficienza, le imprese italiane ed europee venderebbero nel mondo le tecnologie per ridurre le emissioni. Più ricchi in un ambiente migliore.

L’obiettivo è separare, dividere, la connessione diretta fra produzione e uso di risorse. Bisogna produrre usando meno energia e meno materie prime. Il fenomeno è conosciuto. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia nel 2014 le emissioni dei gas a effetto serra sono rimaste ferme rispetto al 2013, mentre il Pil globale è cresciuto del 3%: un primo segno di disaccoppiamento di emissioni da crescita economica, perché in apparenza l’aumento dei consumi energetici a sostegno della crescita, è stato assicurato dall’entrata delle fonti rinnovabili nelle nuove produzioni di elettricità e dall’abbandono del carbone a vantaggio del metano. E un contributo decisivo viene dalla Cina, diventato a sorpresa il più importante investitore al mondo in energie rinnovabili, nuove tecnologie per l’efficienza energetica e nucleare.

La Cina è il più grande “esperimento” nella storia dell’umanità di coesistenza tra crescita economica e protezione dell’ambiente. Grazie al contributo tecnologico dell’Italia, Paese che per anni è stato il vero e discretissimo partner strategico e tecnologico di Pechino in campo ambientale, dal 2005 al 2013 con una crescita di oltre il 90%, la Cina è riuscita a ridurre l’intensità di carbonio del 28,5%, evitando emissioni pari a 2,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica.

Ma l’accordo a due sulle emissioni raggiunto un anno fa tra Cina e Usa ha lasciato fuori dalla partita l’Europa e l’Italia. La “non-politica” europea sta trasformando il settore industriale delle energie rinnovabili in uno “zombie”. Il tema dello sviluppo sostenibile viene espresso dalla Ue con un approccio formale e “calato dall’alto”, fatto di obiettivi numerici assunti in maniera unilaterale e in presenza di valutazioni di impatto che non considerano le ricadute sulla competitività delle imprese e sulla ricchezza dei cittadini.

Non a caso il meccanismo dell’Emissions trade scheme (il mercato europeo dei fumi), sebbene nella sua enunciazione sia lo strumento migliore per ridurre le emissioni, da anni mostra la sua inadeguatezza nella gestione e si diffonde l’idea di una carbon tax. A patto che una carbon tax venga adottata da tutti i Paesi coinvolti, per non creare disparità sui mercati internazionali.

Per raggiungere l’obiettivo di invertire il processo di deindustrializzazione e riportare la quota dell’industria sul Pil al 20% sarà necessario avere un approccio integrato alle politiche dell’Unione europea in campo ambientale e insieme industriale.

Gli enormi passi avanti della ricerca scientifica nei campi delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica, delle biotecnologie possono consentire di affrontare le questioni ambientali in un ottica progressiva e non recessiva, superando il conflitto tra ambiente e industria che ha caratterizzato gli ultimi decenni.  Ormai (Rapporto degli Stati generali della green economy) oltre il 60% delle imprese italiane offrono servizi o beni ambientali  o hanno reso efficienti i processi produttivi. È un ottimo risultato per l’industria, che risulta il settore dell’economia più avanzato (in termini percentuali) da questo punto di vista.</p>