Dall’Italia al resto del mondo con soluzioni tecnologicamente avanzate. Potrebbe sembrare un paradosso: in un Paese come il nostro spesso zavorrato nell’infrastruttura e nella cultura digitale c’è anche chi punta a dominare mercati esteri con un’azione di internazionalizzazione. Benvenuti in Dedagroup, realtà made in Italy ma globale che esporta la cultura dell’impresa italiana hi-tech ovunque. Oggi la società fattura 230 milioni di euro, conta 1.600 dipendenti e un portafoglio di 3.600 clienti distribuiti in 40 Paesi nel mondo. Sede principale a Trento e filiali in Italia e nel mondo. Nove anni fa la prima sede estera in Messico. Cinque anni dopo quella negli Stati Uniti e in Medio Oriente. Poi nel 2015 l’approdo in nord-America grazie ad una acquisizione strategica. E i numeri confermano che puntare sull’estero paga, in termini di crescita e fatturato:  circa 24 milioni di euro dei ricavi è stato generato fuori dai confini nazionali nel 2016.

A scuola di competenze trasversali. Dedagroup lavora per aziende, enti pubblici e istituti finanziari nelle loro strategie digitali e di information technology. E le competenze messe in campo sono tecnologiche, applicative e di integrazione dei sistemi. «Per competere dobbiamo offrire le migliori soluzioni. E per farlo scommettiamo soprattutto sul capitale umano», afferma Roberto Loro, direttore tecnologia e innovazione di Dedagroup.

La chiave è l’innogration, ovvero innovazione e integrazione. «Per le aziende che operano in mercati globali oggi i confini tra materiale e immateriale si sfumano e si confondono. Per affrontare questo scenario dobbiamo anche contaminare le nostre competenze molto specifiche con altri mondi», precisa Loro.

Sono ben 1.300 le giornate di formazione tecnica, project management e competenze di leadership effettuate solo lo scorso anno per i dipendenti, con 1.400 certificazioni professionali individuali. «La vera innovazione è nella contaminazione di competenze. Perché oggi abbiamo a disposizione delle tecnologie che stanno evolvendo a ritmi elevatissimi. E abbiamo necessità di alfabetizzare i nostri clienti al loro utilizzo consapevole».  Per Loro la vera sfida non è trovare una tecnologia stupefacente. «Piuttosto essere in grado di abbracciare le nuove tecnologie senza impatti negativi».

Un mondo ibrido e al tempo stesso interconnesso. Con clienti da alfabetizzare costantemente al digitale e confini aziendali sempre più sfumati. Ma per farlo al meglio occorre aggiornarsi costantemente. «Ecco perché abbiamo avviato un centro di ricerca insieme alla Fondazione Bruno Kessler. Ed ecco perché abbiamo attivato un percorso di “academy” interna con l’inserimento di giovani neolaureati con master multi-professionale: così i collaboratori ampliano il ventaglio di competenze».

La società ha deciso di puntare sulle piattaforme di interoperabilità, ovvero su progetti legati all’apertura di dati e servizi. Ma scommette anche sui sistemi ibridi, differenti da quelli già esistenti. «Pensiamo all’esperienza di acquisto di oggi, nella quale c’è una componente fisica come il negozio e una virtuale come la l’e-commerce. Tutto ciò impone una interoperabilità».

Il futuro poi fa rima con Internet of Things e intelligenza artificiale. «L’elaborazione di questa mole di dati apre nuovi scenari. E anche nuove professionalità». Il capitale umano diventa strategico. E il concetto di contaminazione essenziale.