Siamo arrivati a 400 parti per milione. Una concentrazione così alta di CO2 in atmosfera non c’era mai stata nella storia contemporanea: l’aumento è del 43% rispetto ai tempi pre-rivoluzione industriale, in base alle ultime indicazioni della World Meteorological Organization. Per quest’anno lo sforamento è stato solo stagionale, ma nel 2016 è plausibile che le medie globali di concentrazione di CO2 nell’atmosfera restino per tutto l’anno al di sopra delle 400 parti per milione.

L’effetto serra causato da questa anomala concentrazione, come previsto dalla comunità scientifica, è già in atto e il clima si sta riscaldando. Il 2015, dai dati che abbiamo in mano finora, è stato l’anno più caldo dal 1880, con un incremento medio negli ultimi dieci mesi che ormai supera 1°C da allora. Di questo passo, in base alle stime più recenti dell’Intergovernmental Panel of Climate Change (Ipcc) dell’Onu, nel giro di vent’anni avremo raggiunto la soglia critica dei 2°C in più dai livelli preindustriali, limite massimo fissato dai climatologi, oltre il quale gli attuali squilibri potrebbero assumere caratteri catastrofici.

La Cop21 di Parigi è l’ultimo momento utile – i leader mondiali ne sono consapevoli – per cominciare a correggere la traiettoria di quella curva che sale. A questo servono gli impegni già presentati all’Onu da 166 Paesi dei 195 che parteciperanno alla conferenza in dicembre, le cosiddette Indc (Intended Nationally Determined Contributions), una definizione che pone volutamente l’accento sull’autodeterminazione. Non è un caso che i governi si presentino a Parigi in ordine sparso, presentando piani disparati, in cui ognuno ha scelto il suo punto di partenza e di arrivo, chi partendo dalle emissioni del 1990, anno di riferimento del Protocollo di Kyoto, chi dal 2005, chi dalla situazione attuale. Trovare una quadra comune fra i piani presentati sarà molto più difficile, ma dopo vent’anni di mediazione Onu, i negoziatori hanno capito che imporre dei target di riduzione top-down, come si era tentato di fare ancora a Copenhagen nel 2009, non funziona nelle condizioni attuali. Non siamo più ai tempi del Protocollo di Kyoto, quando il taglio delle emissioni (-5% rispetto al 1990) interessava solo una trentina di Paesi industrializzati. Qui si tratta di coinvolgere nelle riduzioni la maggior parte dei 195 governi presenti a Parigi, compresi quelli dei Paesi emergenti, che sono diventati i principali responsabili del riscaldamento del clima.

La procedura bottom-up ha il vantaggio di coinvolgere quasi tutti i Paesi, ma ha l’evidente svantaggio di non centrare il target desiderato. Com’era prevedibile, gli impegni volontari presentati dalle varie nazioni non bastano per contenere il riscaldamento del clima entro il target posto dall’Onu di 2°C.

In base all’analisi dell’Unfcc, l’organismo delle Nazioni Unite che guida i negoziati, la riduzione delle emissioni cumulativa contenuta nelle Indc porterebbe a un riscaldamento globale di almeno 2,7 °C in più rispetto ai livelli preindustriali, ben oltre la soglia di sicurezza. L’analisi dell’Unfccc interessa 147 piani ufficiali, che coprono circa l’80% delle emissioni globali. Nel frattempo se ne sono aggiunti altri, ma il risultato non cambia in maniera significativa.

Solo poche nazioni, fra cui l’Unione Europea e gli Stati Uniti, hanno specificato obiettivi di riduzione in termini assoluti, mentre la maggioranza propone target relativi a uno scenario business as usual, oppure basati sulle emissioni in rapporto al Pil (carbon intensity). Altre hanno stabilito un determinato anno entro il quale le emissioni dovranno raggiungere il loro picco. La Cina, ad esempio, ormai saldamente al primo posto fra i Paesi che producono più emissioni a effetto serra, nel suo piano non prevede un target di riduzione, ma un obiettivo di picco, fissato al 2030. Il che significa che da qui ad allora le sue emissioni continueranno ad aumentare.

In complesso, spiega l’Unfccc, il tasso di crescita delle emissioni per il periodo 2010-2030 sarà nettamente inferiore rispetto al ventennio 1990-2010, se si applicheranno i piani presentati. Ma con i nuovi impegni i gas serra continueranno a crescere: al 2025 del 40% rispetto al 1990 e al 2030 del 45%.

Questo significa semplicemente spingere in avanti il momento in cui la curva delle emissioni dovrà cominciare a scendere e a quel punto, per evitare le conseguenze più disastrose dell’effetto serra, la discesa dovrà essere ben più precipitosa, con tagli veramente drastici. Ma almeno, se tutto va bene a Parigi, sarà già in piedi un meccanismo comune di assunzione della responsabilità collettiva. Le riduzioni contenute nelle Indc, dunque, sono solo una “caparra” per interventi più corposi cui saremo costretti più avanti, come le ha definite la segretaria esecutiva dell’Unfccc Christiana Figueres: «Confido che queste Indc non siano l’ultima parola su quel che i Paesi sono pronti a fare e potranno essere migliorate nel tempo.

Il percorso per un futuro sicuro dal punto di vista del clima è iniziato e l’accordo che sarà sottoscritto a Parigi può confermare e catalizzare la transizione», ha anticipato Figueres. L’augurio è che a Parigi si pongano le basi per alzare progressivamente l’asticella dei tagli, con quel meccanismo automatico contenuto nella bozza di accordo preparata per Parigi, che prevede ogni cinque anni un aggiornamento degli impegni presi a dicembre. Ma non sarà facile convincere tutti i presenti.