Madi Sakandé ha 45 anni, viene dal Burkina Faso. Nel 2011 ha sfidato la crisi, rilevando la New Cold System di Calderara di Reno, una storica azienda nel settore refrigerazione che stava per chiudere e insieme ad altri tre soci l’ha rilanciata. Sijie Xie, dopo gli studi alla Cattolica di Milano, ha fondato il Woodhouse Hotel che offre ospitalità a  basso prezzo agli studenti. In entrambi i casi il successo è arrivato non solo dalle  capacità. Ma anche da un lungo percorso in Italia e una rete informale di supporto. Storie come la loro si contano. «Ci siamo chiesti come sostenere percorsi per i migranti che oltre a scontare le classiche difficoltà italiane all’impresa, incontrano ulteriori ostacoli di tipo linguistico e culturale» spiega Simona Colucci, project  manager di Rena che assieme a Make a cube3 e Polidesign – col supporto di J.P. Morgan – ha condotto un vasto  studio su pratiche europee innovative di imprenditorialità dei migranti e di sostegno all’inclusione economica e sociale per arrivare poi a una metodologia per futuri processi di  incubazione. «Abbiamo compreso quindi che un incubatore di startup esclusivamente dedicato alle imprese migranti non sarebbe sufficiente ma è necessario promuovere azioni che stiano all’interno di una filiera, che va dalle singole realtà dei migranti a tutte le imprese, associazioni e reti che le supportano in termini di accoglienza, formazione, accesso al credito, relazioni sociali».

Il progetto Same (Supporting Action for Migrant Entrepreneurship) – il cui report sarà presentato il 19 gennaio a Base, Milano – analizza  cento esperienze innovative, di cui 37 italiane – attraverso cinque filtri. Il primo sono le imprese e le attività dei migranti.  Ci sono Woodhouse Hotel e la New Cold System ma anche From Syria to love guidata da Yara Al-Adib, che racconterà come dalla Siria, passando per gli studi di design dei servizi al Politecnico di Milano, è arrivata in Belgio dove ha fondato una società di catering insieme ad alcune connazionali. Ma ci sono anche attività come quella proposta dalla piattaforma  Give Something Back to Berlin dove gli immigrati di 60 nazionalità diverse offrono volontariato alla città: un modo per “restituire” e al tempo stesso per inserirsi nella società.

Molto ampio il secondo filone, quello dei servizi innovativi ai migranti.  Per esempio chi mette in campo elevate  competenze specifiche, il Naga e Avvocati per Niente in Italia, e la Kiron University, la prima piattaforma online che consente ai rifugiati di accedere a percorsi di istruzione universitaria (tremila studenti e 54 atenei  partner). «Il nostro aspetto qualificante è aver individuato una definizione operativa di inclusione sociale – spiega Michele  Rossi, direttore di Ciac onlus – che parte da un sistema formale di diritti riconosciuti. Per esempio affidare la domiciliazione dei richiedenti asilo ai Comuni, anziché  al fiorente mercato del domicilio in nero, rende subito la persona visibile e inserita in una comunità che la accoglie». Su questa base Ciac ha cucito relazioni  sul territorio parmense, con enti locali,  terzo settore,  enti formativi, aziende, mettendo al centro le 263 che accoglie con lo Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Così sono nate esperienze come cooperative di rifugiati che gestiscono il parco auto di società private. Oppure che, per conto delle aziende ospedaliere, facilitano l’accesso alla sanità dei cittadini, dalle sale di attesa ai cup. Poi ci sono  piattaforme  che aiutano a interagire con i contesti ospitanti come Refugees Welcome, operativa anche in Italia, che favorisce l’accoglienza  dei richiedenti asilo e dei rifugiati nelle case degli italiani.  E come ugualmente fa Vesta, progetto curato dalla cooperativa Camelot, attiva anche nell’inserimento lavorativo con progetti sperimentali tra cui corsi di microlingua per settori  specifici.

Il terzo cluster si focalizza su servizi di supporto all’occupazione e all’integrazione nel mercato del lavoro. Rientrano incubatori di successo come Restart, Barcellona Activa e Ruta Cece (attivo tra Spagna e Sud America) ma anche organizzazioni che vadano incontro a uno dei maggiori ostacoli di chi vuole fare impresa, cioè l’accesso ai capitali. Tra queste la torinese Permicro che, su 2.743  finanziamenti di microcredito in dieci anni, circa il 42% è stato destinato a migranti, soprattutto del sud-est asiatico. Molti hanno aperto attività nella ristorazione,  nel commercio, nei servizi. Ugualmente ha fatto a Milano dal 2011 la Fondazione   Welfare Ambrosiano che ha supportato microbusiness per 1,2 milioni di euro. Percorsi che, oltre al beneficio diretto, rendono poi più forti e «bancabili» da istituti tradizionali questi microimpenditori.

Nel quarto cluster rientrano progetti di cooperazione internazionale che puntano a rinforzare l’occupabilità dei migranti e e le loro abilità imprenditoriali. Tra queste E4impact Foundation, attiva in sette paesi africani. Oltre al master executive che permette agli studenti locali di sviluppare piani di sviluppo per imprese italiane, la fondazione guidata da Mario Molteni e partecipata dalla Cattolica, offre un certificate di quattro mesi   e un acceleratore in Kenya per imprese locali che vogliano lavorare in partnership anche con aziende italiane. Infine il quinto cluster, quello delle reti di esperti che disegnano la creazione di soluzione per i migranti, promuovono le conoscenze sui diritti e disseminano le buone pratiche.

Come fare dunque a spingere affinché il potenziale dei migranti si esprima pienamente? È necessario un approccio ibrido di incubazione, conclude il report, che supporti  il capitale umano, il capitale sociale e il capitale economico-finanziario. Decisamente molto più complesso di  uno slogan elettorale.